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Rebibbia: morto anche il secondo figlio gettato dalla madre

BAMBINO, SBARRE

Annalisa Teggi - pubblicato il 19/09/18

Ieri sera, mentre seguivo al telegiornale il commento al caso di Rebibbia ho fatto i conti con me stessa, rimuginando tra me e me. Non ho commesso reati, non ho costretto i miei figli a vivere in un carcere; eppure sono spesso e volentieri colpevole nei loro confronti. Le colpe dei padri ricadono sui figli, non si scappa … nel piccolo e nel grande male. Io stessa l’ho vissuto sulla pelle da piccola, ma scuoto la testa quando in tanti mi dicono che qualcuno avrebbe dovuto tenere alla larga mio padre da me. Vicino o lontano il peso degli errori di un genitore te li porti addosso.

MOTHER WITH NEWBORN
© Shutterstock

Apparteniamo a una storia, quella di chi ci fa nascere, ci stiamo dentro e non è mai un’eredità di regali piacevoli. Forse diventare adulto è anche curare le ferite di mamma e papà, cercare un modo positivo e personale di saltare l’ostacolo trovato, senza colpe, sulla nostra strada. Non si nasce mai in una culla di buoni sentimenti, buoni propositi, perfette condotte.

E dunque, in casi estremi, se una madre commette un reato, suo figlio o i suoi figli la seguono dietro le sbarre, in nome del sacrosanto legame viscerale e delle necessità di nutrimento e accudimento. Fa tremare, ma non tanto o solo il risvolto carcerario della cosa, quanto piuttosto perché traduce in carne e mura l’idea che l’innocente venga ferito dalla natura per nulla innocente dell’essere che lo ha fatto nascere. E’ così nei casi estremi di una madre rea di colpe che prevedono la carcerazione, ma anche nei casi quotidiani di tutte noi madri imperfette che rovesciamo i nostri lati oscuri sui figli.




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Un caso molto estremo mi portò a confrontarmi con amici e conoscenti, prendendo una posizione difficile da capire o anche solo da spiegare: Martina Levato, colpevole insieme ad Alexander Boettcher di aver sfigurato con l’acido diverse persone, partorì in carcere e chiese di poter allattare il figlio. Quel bambino le è stato tolto ed è stato dichiarato adottabile.

Non senza grandi tormenti, mi schierai dalla parte della Levato pur senza considerarla una madre adeguata a crescere suo figlio. Pensavo e penso tuttora che quel bambino avesse diritto di bere il latte del seno di sua madre; penso anche che sia giusto trovare una famiglia che lo cresca nel migliore dei modi, sebbene quel bambino non potrà mai essere completamente avulso dalla storia di sua madre (e, se guidato nel modo giusto, mi auguro che non sia una condanna per lui dare un nome a questa sua origine complicata).

L’amore non basta

Il centro del discorso, il cuore del dramma, non sono le madri o i figli, ma proprio quel legame misterioso – e così forte da essere indissolubile anche nel peggiore dei casi – che è madre-e-figlio. E’ evidente che la legge deve garantire il bene del bambino sottraendolo a una madre inadeguata, però prima della legge ogni creatura deve fare i conti con quel gigante nascosto che è il legame primigenio, originale. Lo si vorrebbe virtuoso, non lo è mai, a volte è disastroso. Ci feci i conti anni fa traducendo questa riflessione di Chesterton:

Creature così legate l’una all’altra come moglie e marito, o madre e figlio, hanno il potere di rendersi reciprocamente felici o tristi e nessuna costrizione pubblica può metterci becco. Se si potesse sciogliere un matrimonio ogni mattina, questo non restituirebbe il riposo ad un uomo tenuto sveglio dalle sfuriate della moglie in camera da letto; e cosa c’è di buono nel dare ad un uomo molto potere, quando lui vuole solo un po’ di pace? Un bambino deve fare affidamento sulla più imperfetta delle madri, una madre sa essere devota al più indegno dei figli; in questo tipo di relazioni le rivendicazioni legali sono vane. Anche nei casi fuori dalla normalità, in cui la legge deve essere chiamata in causa, ci si scontra costantemente con questa difficoltà, come sanno bene molti magistrati disarmati. (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo)

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infanziamadriprigione
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