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San Pio V, ovvero come si fa la riforma nella Chiesa

PIUS V

Domaine Public

Giovanni Marcotullio - fr. Philippe Verdin o.p. - pubblicato il 18/09/18

Con Pio V, il santo Papa della “controriforma”, e con Papa Francesco… come si organizza la Chiesa quando vuole rilanciare la propria missione?

La Chiesa è sempre pronta a riformarsi. La Chiesa si riforma incessantemente. Incoraggiare la santità è una preoccupazione permanente, ma ci sono alcuni paradigmi per creare un tanto vasto movimento. È la missione di tutti, evidentemente, ma soprattutto quella del Papa, che ne stabilisce tono e orientamento.

Prendiamo san Pio V. La Chiesa del XVI secolo era in uno stato pietoso. Il protestantesimo s’era ritagliato ampi spazi nel tessuto europeo, era l’ora della critica virulenta contro gli abusi. In seno alla Chiesa cattolica, i fedeli ne hanno abbastanza di prelati disinvolti e di parroci ignoranti. Il Concilio di Trento riafferma la dottrina e dà ai pastori i mezzi per riordinare il gregge inquieto. Però ci vuole un direttore d’orchestra: la fede sta lì, ma bisogna irradiarla – soprattutto bisogna incarnarla. I cardinali eleggono un uomo improbabile, un domenicano alto e secco, esigente, che non deve rendere conto né alle famiglie nobiliari che fanno il bello e il cattivo tempo nella Corte pontificia né alle potenze cattoliche che vogliono un Papa favorevole alle loro politiche.

Un secolo di stupefacente vitalità

Il programma affidato al nuovo Papa è la riforma cattolica, l’attuazione dei decreti del Concilio, l’organizzazione delle iniziative scoppiettanti e feconde di quel secolo ricco di audaci missionari e maestri spirituali – i gesuiti si sviluppano, Teresa d’Avila accelera la riforma del Carmelo, san Filippo Neri comincia a raccogliere i devoti umanisti romani, san Carlo Borromeo sperimenta a Milano la formazione dei preti, le nuove confraternite caritative e il culto eucaristico.

Si rimesta troppo il giudizio di Voltaire e Michelet, vecchi borbottoni malevoli: la Chiesa del XVI secolo sarebbe un ramo secco e malato. Gli storici illustrano invece la vitalità sbalorditiva della vita religiosa, delle associazioni laicali, delle iniziative caritatevoli e missionarie. E l’impressionante numero di sante e santi inventivi e audaci. Pio V avrebbe saputo organizzare quest’energia per finalizzare bene la riforma cattolica.

Mille cantieri

L’altra leva di Pio V per rimettere in sesto la Chiesa cattolica in sei anni è il suo talento nell’incarnare ciò che promette. Agli occhi dei fedeli è visto come il Papa più caritatevole e più povero che si sia mai visto. È semplice nel vestire e nel comportarsi. Si aggira a piedi per le vie di Roma, da un giorno all’altro dimezza la spesa della corte pontificia, tratta in un unico e medesimo modo gli ambasciatori e i loro cocchieri, cena con un uovo, un brodino e un biscotto.

La riuscita sta pure nel metodo. Pio V apre mille cantieri allo stesso tempo: riforma del breviario, stesura del catechismo, struttura dei seminari, diffusione della messa tridentina, della lega contro i Turchi, riconquista delle anime polacche sedotte dalla Riforma, sostegno politico e finanziario al re di Francia, opposizione a Elisabetta d’Inghilterra, missione in America Latina, risanamento della curia, prosperità degli Stati Pontifici e appianamento delle finanze… Per un punto in cui fallisce – l’episodio inglese – altri dieci vanno in porto.

Un carisma improbabile e aggregante

Per la riforma della Chiesa, Pio V si lascia guidare dallo Spirito Santo. Prega molto e affida il popolo di Dio alla Vergine Maria. Esce dalla cappella con le idee chiare e realizza a spron battuto le mozioni della grazia. Siamo sul piano mistico. Pio V ascolta meno i cancellieri e i politici realistici che il Signore. Sconcerta, inquieta, sorprende i contemporanei, scombussola le pianificazioni. Commette degli errori di giudizio sugli uomini e sulle situazioni, ma grosso modo la tattica si rivela feconda. «Ogni riforma vera e duratura ha il suo punto di partenza nella santità», avrebbe scritto un altro Pio – l’Undicesimo – nella famosa enciclica contro il nazismo.

Pio V non è mai uscito d’Italia: un carisma improbabile per uno che deve condurre la riforma su scala universale. Tenace nel raccogliere gli altri, la sua santità eclettica catalizza attorno a lui generali, imperatori, re, ambasciatori, banchieri, il popolino e anche la curia dei cardinali. Che lo si apprezzi o no, si vede che porta il sigillo di Dio. È la guida che la Provvidenza invia alla Chiesa in momenti di turbamento. Lo si segue. In sei anni riesce a realizzare l’unanimità attorno a sé.

Ritorno alle fonti

In ultima analisi, il successo di questa salutare operazione viene da una comprensione audace della tradizione. Pio V non respira l’aria del tempo per adattare in seguito l’antico al moderno: fa il contrario, torna alle fonti. «La “contro-riforma” è tornare alle sorgenti», scrive Jacques Lacan in Le Séminaire, libro XX. Pio V legge la Bibbia, i Padri della Chiesa che fa stampare, proclama dottori i Padri cappadoci, elabora Tommaso d’Aquino, proprio confratello. È nell’immenso tesoro della tradizione che trova le risposte per la riforma hic et nunc. Per lui ci vuole questa esigente congiuntura, per condurre in porto la riforma.

Il 14 marzo 2013 abbiamo appreso che la prima iniziativa di Papa Francesco, dopo la sua elezione, fu di andare a pregare sulla tomba di san Pio V nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Veniva a chiedere aiuto al Papa della riforma cattolica. Perché Papa Francesco è stato eletto per condurre a buon fine un’urgente riforma della Curia romana e per stroncare l’epidemia efebofila nella Chiesa – due temi che hanno reso verminosi gli ultimi tempi del Pontificato di Papa Benedetto XVI.

Il modello di Papa Francesco

Francesco beneficia, come a suo tempo san Pio V, di una situazione propizia per quanto riguarda la vitalità della Chiesa. Anch’egli, come Pio V, sceglie di colpo d’incarnare uno stile umile e povero. Anche lui porta avanti un lavoro in molti cantieri, dalla lotta contro la mafia all’evoluzione pastorale quanto all’accoglienza dei cattolici lontani dai sacramenti… fino all’accoglienza ai migranti.

La sua attuale debolezza è inerente alla difficoltà di ottenere l’unanimità. Egli fa fatica a serrare i ranghi attorno agli assi prioritari del rinnovamento della Chiesa. Per riuscire a creare una vasta comunione ad intra, della quale la sua persona sarebbe il segno, egli ha urgenza di scoprire il progetto che potrà raccogliere e mettere in moto sia gli entusiasti sia i critici. E non lo troverà né in àmbito liturgico né in àmbito dogmatico, dove i suoi avversari sono arroccati. Invece un vasto progetto missionario e proteiforme – come quello di cui san Pio V a suo tempo potè essere l’araldo –, ispirato alla nuova evangelizzazione avviata da san Giovanni Paolo II… questo potrebbe forse essere un impegno capace di riconciliare le diverse tendenze antagoniste, che rendono laboriose tutte le iniziative di riforma.

[Traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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