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Il taxi di zia Caterina ora è un camper: entrare nel dolore dell’altro è un miracolo

CATERINA BELLANDI
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Caterina Bellandi ha trasformato un mezzo di trasporto in una casa di abbracci per portare in ospedale i bambini malati di tumore ed essere con loro dentro il mistero quel viaggio

Camminare verso il dolore dell’altro

A volte la meta è solo una scusa per togliersi dalla fatica dei passi. Su questo mi ha fatto rimuginare la zia Caterina.

Se Maria si scelse il posto migliore vicino a Gesù, la signora Bellandi si è scelta il posto più difficile vicino alla croce dei piccoli. Vorresti vederli guariti, vorresti magari stare fuori dalle sale operatorie, o nelle sale d’attesa. Ma quel viaggio no, mai: andare verso l’ospedale con tutto il peso dell’incertezza e dolore, senza conoscere ancora il punto d’arrivo di un percorso tanto sofferto.

Eppure c’è posto migliore per la compagnia? C’è posto migliore in cui anche sotto mille vestiti colorati e palloncini il cuore si fa nudo e trasparente? C’è posto migliore per essere ed essere insieme?

Si diventa squilibrati, ma non pazzi: si perde l’equilibrio di essere padroni degli eventi, e ci si protende ad incontrare la fragilità dell’altro in cui si specchia tutta la nostra fragilità.

E allora c’è proprio bisogno, lì, di un tripudio di esuberanza, esattamente come sul campo di battaglia si sventolano le bandiere. Per segnalare che un’umanità è in subbuglio. Ma anche per dire che il tiepido, l’insipido, il neutro, il grigio è bandito dove si due o tre fanno incontrare i propri dolori, ne fanno una casa in cammino verso ciò che sarà; sapendo solo che un taxi – o un camper – è come la conchiglia, protegge la perla preziosa che non può essere schiacciata.

(… e al collo Caterina porta la conchiglia di Santiago, il cammino per eccellenza di chi si fa pellegrino)

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