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Negare la comunione ai razzisti? Non è cosa da farsi “su due piedi”, però…

MARTIN LUTHER KING JR
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Ha fatto discutere la dichiarazione di frate Tindaro, un francescano di convento a Bagheria, che commentando un vergognoso fatto mosso da razzismo ha affermato di essere incline a negare la comunione a «chi si macchia di razzismo e intolleranza». Certamente una risoluzione forte, ma non priva di forti sostegni scritturistici e magisteriali.

Il primo è – o meglio… sarebbe stata – un’enciclica di Papa Ratti: specificamente dedicata a condannare il razzismo in genere e l’antisemitismo in specie. Era pronta, ne conosciamo il testo dal titolo – “Humani generis unitas” – fino all’ultimo dei 178 paragrafi, rinvenuti da un giovane gesuita che catalogava l’archivio bibliografico del confratello John LaFarge. Quest’ultimo era uno dei tre figli di sant’Ignazio che su incarico di Pio XI e del Generale (della Compagnia) Ledóchowski stilarono la bozza per l’enciclica che Papa Ratti voleva pubblicare.

Pio XI non fece in tempo a pubblicarla: mentre l’aveva sulla scrivania, ha narrato il cardinal Tisserant, fu stroncato da un infarto. Strano, per un montanaro dalla fibra tale che di lui i biografi raccontano che ignorasse l’esperienza di un mal di testa. Il fatto che in quei mesi l’Italia fascista stesse promulgando e applicando le (infami) Leggi Razziali, unitamente al boicottaggio intra mænia che Papa Ratti trovò in seguito al suo profetico discorso del 6 settembre 1938, rendono tale stranezza perfino sospetta, e più di qualche storico non se la sente di escludere in toto l’ipotesi che quella morte repentina – così attesa da Mussolini – fosse stata “aiutata”.

Come è noto, fu Pacelli a succedere a Ratti sul soglio petrino: Pio XII si ritrovò sulla scrivania il testo di Humani generis unitas… e scelse di non pubblicarlo. I detrattori di Pio XII non mancano mai di ricamare attorno a questo fatto come se esso provasse “il razzismo di Pacelli”, o più in generale che sarebbe stato un errore condannare il razzismo (e si sa, Domineddio preserva dall’errore la Cattedra Romana con ogni mezzo!): basta aver letto il testo dell’“enciclica scomparsa” (così la si chiamava fino al 1995, anno della prima pubblicazione) per ritrovarvi la fonte di ampi stralci della Summi Pontificatus, la prima enciclica di Pio XII.

Ora, il confronto fra i due testi è prezioso perché mostra che Pacelli volle appropriarsi solo di alcuni paragrafi della bozza… pare che non gli interessasse sottoscrivere i molti passaggi che coniugavano strambamente l’antisemitismo etnico con l’antigiudaismo religioso (dunque quello di Pio XII è un testo più filogiudaico della bozza di Pio XI!).

Ma pure a prescindere dal dato filologico, in questa sede c’interessano soprattutto due notazioni che si trovano nel testo. La prima è di carattere sociologico e – sorprendentemente – indica nella “fonte avvelenata dell’agnosticismo” la radice del razzismo (concetto sempre esposto per perifrasi, tanto non si voleva legittimare l’ideologia totalitaria imposta per legge):

Fra i molteplici errori, che scaturiscono dalla fonte avvelenata dell’agnosticismo religioso e morale, vogliamo attirare la vostra attenzione, venerabili fratelli, sopra due in modo particolare, come quelli che rendono quasi impossibile, o almeno precaria e incerta, la pacifica convivenza dei popoli.

Pio XII conosceva bene la storia: il razzismo è nato «dal gigantesco vortice di errori e movimenti anticristiani». Ed ecco come nel proprio magistero ordinario e autentico Pio XII spiega in cosa e perché il razzismo confligge insanabilmente con la legge divina:

Il primo di tali perniciosi errori, oggi largamente diffuso, è la dimenticanza di quella legge di umana solidarietà e carità, che viene dettata e imposta sia dalla comunanza di origine e dall’uguaglianza della natura razionale in tutti gli uomini, a qualsiasi popolo appartengano, sia dal sacrificio di redenzione offerto da Gesù Cristo sull’ara della croce al Padre suo celeste in favore dell’umanità peccatrice.

Infatti, la prima pagina della Scrittura, con grandiosa semplicità, ci narra come Dio, quale coronamento della sua opera creatrice, fece l’uomo a sua immagine e somiglianza (Gn 1,26-27); e la stessa Scrittura ci insegna che lo arricchì di doni e privilegi soprannaturali, destinandolo a un’eterna ineffabile felicità. Ci mostra inoltre come dalla prima coppia trassero origine gli altri uomini, di cui ci fa seguire, con insuperata plasticità di linguaggio, la divisione in vari gruppi e la dispersione nelle varie parti del mondo. Anche quando si allontanarono dal loro Creatore, Dio non cessò di considerarli come figli, i quali, secondo il suo misericordioso disegno, dovevano un giorno essere ancora una volta riuniti nella sua amicizia (cf. Gn 12,3).

L’apostolo delle genti poi si fa l’araldo di questa verità, che affratella gli uomini in una grande famiglia, quando annunzia al mondo greco che Dio «trasse da uno stesso ceppo la progenie tutta degli uomini, perché popolasse l’intera superficie della terra, e determinò la durata della loro esistenza e i confini della loro abitazione, affinché cercassero il Signore …» (At 17,26-27). Meravigliosa visione, che ci fa contemplare il genere umano nell’unità di una comune origine in Dio: «Un solo Dio e padre di tutti, colui che è sopra tutti e per tutti e in tutti» (Ef 4,6): nell’unità della natura, ugualmente costituita in tutti di corpo materiale e di anima spirituale e immortale; nell’unità del fine immediato e della sua missione nel mondo; nell’unità di abitazione, la terra, dei beni della quale tutti gli uomini possono per diritto naturale giovarsi, al fine di sostentare e sviluppare la vita; nell’unità del fine soprannaturale, Dio stesso, al quale tutti debbono tendere; nell’unità dei mezzi, per conseguire tale fine.

E lo stesso apostolo ci mostra l’umanità nell’unità dei rapporti con il Figlio di Dio, immagine del Dio invisibile, «in cui tutte le cose sono state create» (Col 1,16); nell’unità del suo riscatto, operato per tutti da Cristo, il quale restituì l’infranta originaria amicizia con Dio mediante la sua santa acerbissima passione, facendosi mediatore tra Dio e gli uomini: «Poiché uno è Dio, uno è anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù» (1Tm 2,5).

E per rendere più intima tale amicizia, tra Dio e l’umanità, questo stesso Mediatore divino e universale di salvezza e di pace, nel sacro silenzio del cenacolo, prima di consumare il sacrificio supremo, lasciò cadere dalle sue labbra divine la parola che si ripercuote altissima attraverso i secoli, suscitando eroismi di carità in mezzo a un mondo vuoto d’amore e dilaniato dall’odio: «Ecco il mio comandamento: amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Gv 15,12).

Verità soprannaturali sono queste che stabiliscono profonde basi e fortissimi comuni vincoli di unione, rafforzati dall’amore di Dio e del Redentore divino, dal quale tutti ricevono la salute «per l’edificazione del corpo di Cristo, finché non giungiamo tutti insieme all’unità della fede, alla piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, secondo la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,12-13).

Al lume di questa unità di diritto e di fatto dell’umanità intera gli individui non ci appaiono slegati tra loro, quali granelli di sabbia, bensì uniti in organiche, armoniche e mutue relazioni, varie con il variar dei tempi, per naturale e soprannaturale destinazione e impulso. E le genti, evolvendosi e differenziandosi secondo condizioni diverse di vita e di cultura, non sono destinate a spezzare l’unità del genere umano, ma ad arricchirlo e abbellirlo con la comunicazione delle loro peculiari doti e con quel reciproco scambio dei beni, che può essere possibile e insieme efficace, solo quando un amore mutuo e una carità vivamente sentita unisce tutti i figli dello stesso Padre e tutti i redenti dal medesimo sangue divino.

Dunque abbiamo nell’ordine:

  • la creazione, il peccato e la predestinazione universale alla salvezza in Cristo;
  • il monogenismo affermato dall’Antico e dal Nuovo Testamento;
  • la ricapitolazione universale in Cristo;
  • il “comandamento nuovo” di Gesù;
  • la visione cosmico-storica di cui è depositaria la Chiesa.

E ancora molte altre parole Papa Pacelli spese di seguito per illustrare come gli Apostoli e i loro successori resero tutti i popoli «partecipi di quell’ineffabile dono della sapienza eterna, che affratella gli uomini con vincolo di soprannaturale appartenenza».

Solo come spunto di riflessione annotiamo a margine che il secondo errore – quello che il Papa annunciava insieme con il razzismo – era la tendenza a considerare l’ordine civile e giuridico come totalmente svincolato da quello naturale e divino. Ora torniamo a Bagheria: abbiamo certamente abbastanza elementi per riconoscere che no, frate Tindaro non può unilateralmente decidere di escludere dalla comunione qualcuno, specie se il suo peccato (anche grave) non è manifesto; d’altro canto non solo gli atti ispirati a razzismo, ma anche le mere opinioni, sono un odioso peccato che ripugna al genuino senso cattolico.

Nel particolare contesto storico che la cronaca ci fa vivere questo è un utile pretesto per un buon esame di coscienza. Non può fare che bene.

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