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Negare la comunione ai razzisti? Non è cosa da farsi “su due piedi”, però…

MARTIN LUTHER KING JR

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Giovanni Marcotullio - pubblicato il 15/09/18

Ha fatto discutere la dichiarazione di frate Tindaro, un francescano di convento a Bagheria, che commentando un vergognoso fatto mosso da razzismo ha affermato di essere incline a negare la comunione a «chi si macchia di razzismo e intolleranza». Certamente una risoluzione forte, ma non priva di forti sostegni scritturistici e magisteriali.

Hanno fatto discutere le esternazioni di frate Tindaro, il francescano di Bagheria che giorni fa ha commentato con toni “teologicamente enfatici” un grave episodio di razzismo. Un venticinquenne autoctono aveva infatti aggredito a colpi di cric un migrante nigeriano.

Queste le parole che hanno suscitato un acceso dibattito:

La violenza sul ragazzo nigeriano è stata inaccettabile, e posso rifiutarmi di dare l’Eucaristia a chi si macchia di razzismo e intolleranza verso gli altri. È stato aggredito solo perché ha la pelle di colore diverso.

Ora, possiamo anzitutto dire – senza tema di sbagliare – che lo zelante religioso è stato un tantino “enfatico” nella sua risposta: certamente un ministro dell’altare, neppure insignito del carattere episcopale, non ha autorità alcuna per estromettere dei battezzati dalla comunione sacramentale.

Tuttavia è altrettanto ben noto come nessuno abbia un vero e proprio “diritto”, stricto sensu, ai sacramenti: tale diritto esiste ma si fa tanto più stringente quanto più il cristiano ottempera al dovere di vivere in grazia di Dio – che al predetto diritto è particolarmente connaturato.

Una decina di anni fa l’allora monsignor Raymond Burke spiegava con piacevole chiarezza i «due canoni che hanno a che fare con la ricezione del sacramento», i quali «hanno come scopo due beni»:

Un bene è quello della persona stessa, perché ricevere indegnamente il corpo e il sangue di Cristo è un sacrilegio. […] Quindi per il bene della persona stessa la Chiesa deve istruirci dicendoci che ogni volta che riceviamo l’eucaristia dobbiamo prima esaminare la nostra coscienza.

Se abbiamo un peccato mortale sulla coscienza dobbiamo prima confessarci di quel peccato e ricevere l’assoluzione e, soltanto dopo, accostarci al sacramento eucaristico. Molte volte i nostri peccati gravi sono nascosti e noti solo a noi stessi […] ma ci sono casi di persone che commettono peccati gravi deliberatamente e sono casi pubblici, […] per esempio pubblicamente appoggiano l’aborto. […] Una persona che commette peccato in questa maniera è da ammonire pubblicamente in modo che non riceva la comunione finché non abbia riformato la propria vita.

Se una persona che è stata ammonita persiste in un peccato mortale pubblico e si avvicina per ricevere la comunione, allora il ministro dell’eucaristia ha l’obbligo di rifiutargliela.

Perché? Innanzitutto per la salvezza della persona stessa, cioè per impedirle di compiere un sacrilegio. Ma anche per la salvezza di tutta la Chiesa, per impedire che ci sia scandalo in due maniere.

Primo, uno scandalo riguardante quale debba essere la nostra disposizione per ricevere la santa comunione. In altre parole, si deve evitare che la gente sia indotta a pensare che si può essere in stato di peccato mortale e accostarsi all’eucaristia.

Secondo, ci potrebbe essere un’altra forma di scandalo, consistente nell’indurre la gente a pensare che l’atto pubblico che questa persona sta facendo, che finora tutti credevano fosse un peccato grave, non debba esserlo più tanto, se la Chiesa permette a quella persona di ricevere la santa comunione.

Se una personalità pubblica che apertamente e deliberatamente sostiene i diritti abortisti riceve l’eucaristia, che cosa finirà per pensare la gente comune? Essa può essere portata a credere che è corretto sopprimere una vita innocente nel seno materno. […]

L’esempio del peccato di aborto non era indotto dalla domanda, bensì è stato liberamente scelto dal prelato per esemplificare la risposta: un esempio che, malgrado qualche cliché, calza a pennello per la materia che trattiamo, dal momento che nell’uno come nell’altro caso si tratta della vita umana e della sua dignità inalienabile.

D’accordo – qualcuno dirà – ma non si starà esagerando, a paragonare il razzismo all’abortismo? Direi piuttosto che l’obiezione sia figlia di quel clima di razzismo soft, un po’ “cynical chic, di quel “cattivismo” indotto che – contro il buonismo dei radical chic – afferma: «Io non sono razzista, però…».

Ricordiamo anzitutto che l’Eucaristia è il mistero che ricapitola l’umanità in Cristo:

Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.

Gal 3, 28

E per ogni uomo tentato di razzismo vale il monito che Pietro riceve negli Atti degli Apostoli: «Quello che Dio ha purificato, tu non considerarlo impuro» (At 10, 15). E si deve ricordare che i tentennamenti del Pescatore derivavano dall’osservanza (parziale e imperfetta) di una Rivelazione… cosa che certamente non sostiene i tic dei razzisti.

Certamente, se si basa la condanna teologica del razzismo sulla questione sacramentale si potrà obiettare che essa non ha valenza assoluta, ma soltanto relativa all’adesione alla fede cristiana: insomma, sarebbe inaccettabile ogni razzismo verso un cristiano… ma non verso un non cristiano.

Naturalmente questa obiezione è fallace, e se abbiamo preso le mosse dalla questione sacramentale è perché proprio di quella si tratta – frate Tindaro minacciava di escludere dalla comunione i razzisti – ma questa è collegata a sua volta a un impianto che implica l’origine del genere umano proprio in ragione della redenzione di Cristo.

Teologie moderniste, dirà qualcuno… roba persa dietro al nebuloso “spirito del Concilio” Vaticano II. Neanche per sogno, anzi a scanso di equivoci ci rifaremo adesso a due documenti dei pontificati di Pio XI e Pio XII.

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