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Gino Bartali, il “santo” ciclista che salvò 800 ebrei dai lager nazisti

© DR

don Marco Pozza - Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 14/09/18

Con nascoste sotto il sellino o dentro le impugnature del telaio centinaia di documenti falsi da consegnare ai conventi in Umbria e Toscana agli ebrei che si erano rintanati lì per sfuggire alla furia fascista e nazista. Non si vestì di giallo, il colore del Tour de France, come i due anni in cui lo vinse, 1938 e 1948, ma portò per sempre stampato nel cuore la vittoria d’aver salvato 800 persone dalle grinfie della follia.

Assisi e poi Genova: le trenate solitarie in bicicletta per raccogliere fondi da organizzazioni internazionali e riportarli nella sua Firenze, alla comunità ebraica. Con la porta di casa sempre socchiusa, per un’ospitalità umana ch’era sempre a portata di mano: come nel caso delle quattro persone della famiglia Goldenberg.


GINO BARTALI

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Cittadino onorario di Israele

A nulla valse il fiatone della polizia fascista che lo braccava, le spie che gli pedalavano contro, l’avversità della paura e del sospetto: la tempra dell’uomo era una roccia dura da scalfire, lo sport ne aveva forgiato il corpo e la fede il cuore. Come scrisse di lui Gianni Brera, nella sua rabbia agonistica «non (c’era) la dolce rassegnazione del mistico, bensì la grinta dei santi guerrieri».

Per questi meriti, nel mese di maggio 2018, lo Stato di Israele ha consegnato la cittadinanza onoraria a Bartali. 

Il cardinale Dalla Costa

Insieme a Bartali, in questa rete di supporto clandestina ad ebrei ed antifascisti fu protagonista anche il direttore spirituale del campione di ciclisma, il cardinale Elia Dalla Costa.

Oggi a raccontare queste imprese è la testimonianza di Gioia, nipote di Gino, che ripercorre, come il prossimo 20 settembre a Forlì, le gesta sportive e non di “Ginettaccio”.




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ebreiolocaustosport
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