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Gino Bartali, il “santo” ciclista che salvò 800 ebrei dai lager nazisti

Bartali

© DR

don Marco Pozza - Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 14/09/18

"Giusto tra le nazioni", cittadino onorario di Israele. Un campione di coraggio e di fede, devoto alla Madonna, che ha rischiato la vita per mesi durante la Seconda Guerra Mondiale

Il melo cotogno – forse una delle più antiche piante conosciute (lo coltivavano i Babilonesi 2000 anni prima di Cristo, ne parlavano i Greci e lo cantavano i romani) – è una pianta rustica e profumata che ben s’addice alla semplicità delle persone generose, alla generosità delle persone semplici, alla mite schiettezza dei puri di cuore.

Forse per questo, o forse per una strana casualità, nel Giardino dei Giusti di Padova – il parco di Padova creato per essere memoria delle persone che con le loro azioni si sono opposte ai vari genocidi del XX secolo – il melo cotogno è stato piantato per diventare la memoria di Gino Bartali, il “Ginettaccio” nazionale,  decretato Giusto delle Nazioni, quello del «tutto sbagliato, tutto da rifare» ma anche quello per il quale «se lo sport non è scuola di vita e non è solidarietà, non serve a niente» e del «bene si fa, non si dice».

In sella durante la guerra ma per salvare vite umane

Gino Bartali: l’epico rivale di Fausto Coppi, l’uomo dei Gran Premi della Montagna e delle maglie gialle del Tour. La bicicletta solitaria al comando, la leggenda. E’ una delle facce più note del Novecento sportivo. Il Novecento della potenza, dell’annichilimento, della follia e delle immani tragedie. Quello, sopratutto a cavallo delle due guerre, nel quale la bestemmia sembrava la forma più adeguata a chi l’aveva scampata bella dalle follie umane. Ma anche degli esatti suoi opposti: della carità nascosta e delle scorribande folli dell’amore, della tenacia e della speranza dura a morire, dell’epica sportiva e della religiosità popolare.

E’ qui che s’annida la splendida storia nascosta di Gino Bartali: costretto a rimanere giù dalla sella per qualche anno a causa della guerra, in sella ci ritorna per salvare persone la cui storia era messa a repentaglio da una certa barbarie umana.




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Almeno 40 volte da Assisi a Firenze

Non più l’Izoard o il Sestriere, lo Stelvio o l’Alpe d’Huez, ma quella spola di 380 km – percorsa, dicono, almeno una quarantina di volte tra il settembre del 1943 e il giugno del 1944 – tra Firenze e Assisi.

Con nascoste sotto il sellino o dentro le impugnature del telaio centinaia di documenti falsi da consegnare ai conventi in Umbria e Toscana agli ebrei che si erano rintanati lì per sfuggire alla furia fascista e nazista. Non si vestì di giallo, il colore del Tour de France, come i due anni in cui lo vinse, 1938 e 1948, ma portò per sempre stampato nel cuore la vittoria d’aver salvato 800 persone dalle grinfie della follia.

Assisi e poi Genova: le trenate solitarie in bicicletta per raccogliere fondi da organizzazioni internazionali e riportarli nella sua Firenze, alla comunità ebraica. Con la porta di casa sempre socchiusa, per un’ospitalità umana ch’era sempre a portata di mano: come nel caso delle quattro persone della famiglia Goldenberg.


GINO BARTALI

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Cittadino onorario di Israele

A nulla valse il fiatone della polizia fascista che lo braccava, le spie che gli pedalavano contro, l’avversità della paura e del sospetto: la tempra dell’uomo era una roccia dura da scalfire, lo sport ne aveva forgiato il corpo e la fede il cuore. Come scrisse di lui Gianni Brera, nella sua rabbia agonistica «non (c’era) la dolce rassegnazione del mistico, bensì la grinta dei santi guerrieri».

Per questi meriti, nel mese di maggio 2018, lo Stato di Israele ha consegnato la cittadinanza onoraria a Bartali. 

Il cardinale Dalla Costa

Insieme a Bartali, in questa rete di supporto clandestina ad ebrei ed antifascisti fu protagonista anche il direttore spirituale del campione di ciclisma, il cardinale Elia Dalla Costa.

Oggi a raccontare queste imprese è la testimonianza di Gioia, nipote di Gino, che ripercorre, come il prossimo 20 settembre a Forlì, le gesta sportive e non di “Ginettaccio”.




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