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Cherofobia, Martina canta la paura di essere felice. E lo show s’inchina al male di vivere

MARTINA, ATTILI, XFACTOR
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XFactor 12 applaude la sedicenne che mette in musica la sua patologia, il suo privarsi della felicità. Ma in fondo a quella canzone c'è un'inconsapevole preghiera che parla dell'unico modo per essere felici ...

“Ma” è la congiunzione avversativa della speranza, me lo ha insegnato Dante. Quando tutto va a rotoli, solo qualcosa che arriva in direzione opposta al male può salvarti: il “ma” nelle frasi che diciamo ha il compito di invertire la rotta (“volevamo andare al mare, ma piove”). Senza queste due letterine … così simili al suono mamma … la Divina Commedia non sarebbe stata scritta. Ce lo ricordiamo: Dante si era perso nella selva ed era un posto così tremendo da essere mortale,

tant’è amara che poco è più morte

ma per trattar del ben che vi trovai

Il bene ci viene incontro dalla direzione opposta a quella in cui ci ha sprofondato il male. Il bene è un imprevisto che arriva, soprattutto. Perché non esiste solo la strada dell’io, bensì anche i sentieri di un Tu.

Non so chi sia il “tu” a cui si rivolge Martina. Possono essere tante le ipotesi: un amico, un amato, un genitore, perfino Dio. Aprirsi all’altro è un altro tassello di approssimazione alla felicità: l’ego, infatti, è nemico della gioia, è un tiranno ricattatore che serra le porte di casa nostra e chiude le tapparelle di tutte le finestre. Concentrarsi solo sull’io porta al soffocamento. Ogni presenza esterna, altra, è proprio un’alternativa e una possibilità di spalancare lo sguardo a cose che la solitudine non potrà mai dare: compagnia, consolazione, dialogo, novità. Ogni piccolo tu è parente del grande Tu.

Holding Hands
Shutterstock

Resta. Il punto dolente della felicità è che nella vita terrena si manifesta in modo transitorio e imperfetto, appare un attimo poi compare il suo opposto. Essere cherofobici è un po’ come essere davvero realisti. Dobbiamo dunque avere paura della felicità? Dobbiamo avere paura che la disillusione dopo una gioia sia una dannazione? Dobbiamo trattare la felicità come mera illusione?

Ogni giorno camminiamo sul filo del rasoio fra queste due incredibili possibilità. È evidente, dunque, che la nostra perenne nostalgia, il desiderio di unirci a quella parte dell’universo dalla quale ora ci sentiamo separati, di trovarci finalmente all’interno di quella porta che abbiamo sempre potuto vedere solo dall’esterno, non è semplicemente una fantasia nevrotica, ma al contrario è il più sincero sintomo della nostra vera condizione. E venire finalmente ammessi all’interno significherebbe gloria e onore per noi, al di là di ogni nostro merito, e significherebbe nello stesso tempo il rimarginarsi di quella vecchia ferita. (C. S. Lewis)

Essere realisti non significa essere pessimisti, ma essere feriti. La nostra coscienza sa che attendiamo un “qualcosa” che rimargini l’incompiuto che siamo; possiamo mettere a tacere il bisogno, ma rimarrà marchiato a fuoco dentro. La vera felicità perciò non ha proprio a che fare coi sorrisi, la gioia e la spensieratezza. Non sempre. Anche se possono esserci piccole manifestazioni estemporanee di un’allegria che ci suggerisce che siamo protesi al godimento del bene.

Sarebbe ora di screditare l’idea che essere felici significhi godere appieno e per sempre ora-e-qui della felicità. Ci sono esperienze intense di dolore che sono ben più vicine alla felicità, perché ne fanno percepire l’esistenza necessaria (e mancante) più di quando sorseggiamo un mojito ridendo con gli amici. Finché saremo fatti di carne, felicità sarà una tensione e non una presenza. L’avremo vicina, senza possederla e usarla a piacimento.

Ogni essere umano ha il suo percorso di conoscenza, si può imbattere in mille ipotesi di vita, rigettarle tutte e farsene una sua. Si può imbattere anche nella proposta cristiana, che ruota tutta attorno al verbo “restare”. Il cristiano non è sempre felice, neppure lieto. Forse vive con acuita drammaticità il senso del male, dell’insoddisfazione, della fragilità. Non è migliore o peggiore di altri. Ha un amico grande di strada, ecco. Gesù non ha donato agli Apostoli infiniti vasi di felicità, ma ha promesso loro di portarli a farne esperienza vera restando vicini a lui.

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. (Gv 15,1-5)

Ma tu resta. Appunto. Anche l’ultimo verso del ritornello di una canzone pop può – distrattamente, inconsapevolmente – farci fare memoria dell’unica preghiera che ci accompagna ad attraversare tutte le nostre paure.

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