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Cherofobia, Martina canta la paura di essere felice. E lo show s’inchina al male di vivere

MARTINA, ATTILI, XFACTOR
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XFactor 12 applaude la sedicenne che mette in musica la sua patologia, il suo privarsi della felicità. Ma in fondo a quella canzone c'è un'inconsapevole preghiera che parla dell'unico modo per essere felici ...

Lo show che applaude il dolore

Alle ultime audizioni di X Factor 12 si è presentata Martina Attili, 16 anni e un volto non estraneo al mondo del piccolo schermo; a vederla sembra più piccola della sua età: graziosa e con intensi occhi chiari, voce dolce e limpida. Come afferma lei stessa nel brano inedito che canta, nessuno direbbe che una ragazzina così carina possa celare un buco nero dentro di sé. Cherofobia, è il nome. E’ una patologia che riguarda il precludersi esperienze positive, per paura della felicità.

In che senso? In fondo, il punto di partenza del problema lo conosciamo tutti: ad un momento di estasi può seguire un momento di scontro col male. La permanenza della felicità è impossibile, cioè l’essere costantemente in uno stato di grazia e gioia e allegria. Il soggetto cherofobico fa un passo oltre: ritiene che una piccola esperienza di felicità possa essere causa di male, in una sorta di punizione consequenziale. Canta Martina:

E cerco ogni forma di dolore
mischiata dal sangue col sudore,
e sento il respiro che manca e sento l’ansia che avanza,
fatemi uscire da questa benedetta stanza!

SAD TEEN
Shutterstock

Giudici e pubblico in estasi, osannata e promossa a pieni voti. Non voglio schermire né sottostimare il valore della condivisione umana cantata da Martina. Eppure mi sento di uscire per un attimo dal coro degli applausi, per fare una riflessione a margine. C’è, è innegabile, una diffusa tendenza a idolatrare la sofferenza umana, il pessimismo cosmico, la disperazione; soprattutto in ambito artistico, il depresso e ferito funziona molto come personaggio. Non è del tutto sbagliato.

Leopardi ha donato all’umanità un tesoro immenso schiudendo tutti i meandri meno sereni del suo animo. In tantissimi, va detto, non hanno ancora capito che il Recanatese è la guida più attendibile per chi si voglia mettere sulla strada della felicità. L’insegnante e scrittore Alessandro D’Avenia gli ha dedicato un libro proprio per porgerlo alle generazioni più giovani come esempio di “cercatore di felicità”.

Nel 1817 Leopardi non era che un diciannovenne ancora sconosciuto, in un paesino ai confini dello Stato Pontificio, eppure si prese la briga di scrivere a uno degli intellettuali più famosi dell’epoca, Pietro Giordani. Gli confessò che aveva visto la primavera, doveva prendersi cura di tanta bellezza e diventare poeta. (da L’arte di essere fragili, A. D’Avenia)

LAVENDER
Vero Photoart | Unsplash

Aveva visto la primavera, aveva visto la primavera! Ecco. Oltre ad inchinarci agli artisti che cantano, scrivono, dipingono il male di vivere, sappiamo condividere e proporre esperienze di bene vissuto o ricercato, di felicità possibile dentro la battaglia del vivere? Credo ci sia un sottofondo di pericolo se i nostri giovani si abituano a vedere solo forme idolatria del dolore (la tentazione di pensare: “se soffro, applaudiranno anche me”).

Il dolore non chiede di essere applaudito e mandato avanti nello show della vita; esige una compagnia che sia conforto e cura, strada alla cura. La linea è molto sottile, ma da una parte del crinale si scivola nel buio pesto: se si continua a bussare alla porta della disperazione, idolatrandola, lei aprirà e avrà un regno di morte da donare. La si deve riconoscere e voltarle le spalle, tentare. Il compito vero dell’arte, dell’amicizia, dei rapporti umani è ospitare le ferite di malessere reciproche e camminare insieme per “uscire a rivedere le stelle”.

Ma tu resta

Qualcosa nella canzone di Martina mi ha colpito davvero. Forse non era appetibile presentare al grande pubblico una canzone pop completamente triste. Forse è una vera e propria intuizione o richiesta. Non so. Resta il fatto che a fronte di un testo che denuncia e implora solitudine, c’è un finale di ritornello che chiede: “ma tu, resta”.

Due monosillabi strepitosi, un verbo meraviglioso. La frase è così semplice e sintetica che probabilmente può essere stata pensata alla leggera. Però una canzone appartiene anche al pubblico che la canta e la rielabora nel suo vissuto. E per me proprio queste tre parole rappresentano il succo della felicità, del problema della felicità.

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