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Io, prete. Sull’affettività dell’uomo sacerdote

SACERDOTE
©Nipoti di Maritain
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di Christian Cerasa*

Mi è stato chiesto di scrivere una riflessione sul prete, sull’essere prete. Di cose se ne sono scritte tante e se ne scrivono tante, a livello teologico o pastorale, quindi credo che mi fermerò semplicemente a rileggere la mia vita alla luce di un aspetto che forse troppo poco spesso si sottolinea, ovvero l’umanità del prete, l’essere uomo-prete. Credo che uno degli errori grossi che è stato fatto nel tempo, sia quello di aver divinizzato a tal punto la figura del prete, da aver completamente snaturato la sua umanità o averla quasi completamente annullata. Così si è più attenti all’immagine da dare che all’identità dell’essere. Da dove partire dunque con questo esame di coscienza. Credo sia opportuna una premessa. C’è sempre molta curiosità intorno all’umanità e all’affettività del sacerdote; una domanda spesso inespressa. La gente, anche quella che al prete vuole bene, che lo stima, con cui collabora, al quale affida i figli fantastica … si interroga … e spesso inventa! In verità: che ne è dell’affettività del prete? Il prete che ha offerto, anzi consegnato, la propria vita a Cristo “ama umanamente”? È capace di amare con cuore di uomo? Mi viene quasi da sorridere poiché penso a quel grande capolavoro del Concilio che è la Costituzione Pastorale Gaudium et spes, dove – a proposito di Cristo – si legge: “nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (22), poiché “con l’Incarnazione, il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo” (ibid.). Allora anche il prete ama con cuore d’uomo! Anzi sarebbe un problema se fosse il contrario!
Sono tante le forme d’amore e d’amare. C’è l’amore del figlio per i genitori e quello dei genitori per i figli; c’è l’amore fra fidanzati; l’amore dei coniugi; l’amore per gli amici; l’amore per Dio! E c’è l’amore di colui che, accettando la legge ecclesiastica del celibato sacerdotale, ama, ama tutti, ama davvero come, tra, per gli altri uomini. Con il celibato la Chiesa addita ai preti una maniera “totale d’amore”. È il carisma dell’amore perfetto, di un amore che è preveniente, gratuito e universale, ma che non può scavalcare o addirittura cancellare una dimensione umana dell’amare; del resto pensarlo sarebbe già disumano e impossibile da realizzarsi. L’amore esclusivo per Cristo, non è escludente, ma dilata il mio cuore di prete così da renderlo capace di un amore che non conosce confine. La mia famiglia è l’universo, ma la mia capacità di amare deve essere donata e proposta ad ogni uomo, tutto l’uomo, tutti gli uomini … non generalizzandola ma incarnandola, in quei rapporti quotidiani che si vivono e che si tessono con pazienza e affetto, perché diventano occasione di scoperta di quanto grande sia l’amore di Dio in noi. “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”: ogni incontro, ogni persona che incrocio e ho incrociato nella mia vita non è mai stata frutto del caso, c’era e c’è un disegno, che posso scoprire solo nel tempo e che certamente mi aiuta a crescere come uomo, come prete. Certo, i condizionamenti umani rimangono. Ed è per questo che questa forma d’amore, d’amare deve essere vissuta con maturità e accettazione piena, non con frustrazione o come peso: un prete incapace di amare, non è un prete, ma non è nemmeno un uomo!
Io sono prima di tutto una persona umana; non posso pensare di essere confuso semplicemente con un ruolo (e quanto fa male sentirsi additato come: il prete … quasi che l’identità umana non conti affatto e che semplicemente perché chiamato a svolgere un ruolo tu sia considerato esente da qualsiasi logica umana o che appartiene all’esperienza di ogni persona!). Io prima di tutto sono un uomo: chiamato ad esercitare un ministero, a svolgere una missione: nobile, eccelsa, sublime, ma da uomo “scelto tra gli uomini per occuparsi delle cose che riguardano Dio”. E mentre il ruolo/servizio/ministero è nell’ordine dell’utilità, è per gli altri, è per fare qualcosa … la persona umana è nell’ordine della relazione: relazione di vita, relazione d’amore. Mentre il ruolo differenza i diritti e i doveri di ciascuno, la relazione integra l’azione delle persone. La relazione è un primo contatto tra persone; è il momento in cui si incontrano uguaglianze e differenze. E in tutto questo come prete devo essere me stesso, nella pienezza della mia umanità, presentandomi per come sono e per come mi sento veramente, compresi i miei limiti. Nel mio cammino tante volte ho incontrato persone che “fanno” i preti, o peggio giocano “a fare” il prete: no, dobbiamo “essere preti”, non chiamati a mettere le maschere della convenienza del momento o giocando ai falsi santini … ma essere ciò che siamo con la nostra umanità totale e totalizzante. Troppo spesso la nostra gente vede il prete come il “celebrante della domenica”; no, il prete deve accoglierci, al contrario anche nelle quotidiane relazioni, conoscendole nell’intimo, perché prima di tutto è lui a viverle. Non devo parlare per frasi fatte, non devo insegnare se non a farmi prossimo dell’altro, per condividerne il cammino e se si cade, lo si fa assieme … ci si guarda negli occhi, ci si prende per mano e si ricomincia il cammino. Del resto più grande di ogni limite e peccato umano è l’Amore di Dio, ma lo capisco e lo vivo solo se ne faccio una viva esperienza io in prima persona.
E qui si innesca la riflessione sulla affettività dell’uomo/sacerdote. Ho personalmente sempre molto timore a trattare questo tema, in quanto la cultura corrente e certe scuole di pensiero sorridono a certe distinzioni che non vogliono né considerare né ammettere. Intendo operare una netta distinzione tra affettività – sessualità – esercizio della sessualità.
Che cos’è la sessualità? La sessualità è forza sempre dinamica soggiacente tutto l’Io, in virtù della quale la persona umana è capace di relazioni interpersonali. La sessualità è, allora il luogo della comunicazione piena, dell’accoglienza, della comunione, dell’amore, della fecondità e della gioia.

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