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Non si ferma l’esodo dal Venezuela

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Si calcola che almeno 2,3 milioni di venezuelani hanno lasciato il loro Paese

Delegazioni di tredici Paesi latinoamericani — Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Messico, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana e Uruguay — si sono riunite nei giorni scorsi nella capitale dell’Ecuador, Quito, per analizzare la crisi dei rifugiati provenienti dal Venezuela e per coordinare gli aiuti umanitari.

Alla conclusione dei lavori, 11 Paesi — Bolivia e Repubblica Dominicana infatti non hanno appoggiato l’iniziativa — hanno firmato martedì 4 settembre una dichiarazione comune in 18 punti, chiamata Dichiarazione di Quito sulla Mobilità umana di cittadini venezuelani nella Regione, in cui chiedono a Caracas di accettare l’aiuto umanitario per far fronte al flusso migratorio, che sta destabilizzando “le capacità di accoglienza della regione”, così scrive l’agenzia AFP.

Dimensioni storiche

La situazione è infatti grave, anzi drammatica. “L’esodo di venezuelani dal Paese è uno dei più grandi spostamenti di massa nella storia dell’America Latina”. Così ha dichiarato ad agosto il portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR o UNHCR), William Spindler.

Come ricorda un rapporto di Human Rights Watch (HRW), pubblicato il 3 settembre scorso sotto il titolo The Venezuelan Exodus. The Need for a Regional Response to an Unprecedented Migration Crisis, dal 2014 – vale a dire dall’anno in cui scoppiarono le prime massicce proteste contro il governo del presidente Nicolás Maduro – più di 2,3 milioni di venezuelani hanno lasciato il loro Paese, di cui almeno la metà nei soli ultimi 18 mesi.

Mentre il Venezuela conta circa 31,5 milioni di abitanti, a spingere quasi un cittadino su dieci a trasferirsi altrove sarebbe – oltre alla repressione da parte del governo Maduro e alla violenza endemica – anche la pesante crisi economica, la quale sta mettendo in ginocchio il Paese, finito nella morsa di un’iperinflazione milionaria.

A fine luglio il prezzo di una semplice tazzina di caffè era salito infatti a due milioni di bolivar. A fine aprile erano “solo” 190.000 bolivar, ricorda il Japan Times. Dall’arrivo al potere di Maduro nell’aprile del 2013, il bolivar ha perso sul mercato nero ben il 99,99% del suo valore rispetto al dollaro statunitense.

Secondo i dati raccolti da un gruppo di università venezuelane, il tasso di povertà ha raggiunto ormai l’87% nel Paese, mentre la povertà estrema è salita al 61%. Inoltre, sei cittadini su dieci dichiarano di aver perso in media 11 chili per la scarsità di cibo. Questi dati vengono respinti seccamente dal governo di Caracas, il quale sostiene che il tasso di povertà estrema è solo del 4,4%, continua il Japan Times.

Alcuni dati e Paesi di accoglienza

Il Paese che senz’altro si fa carico del maggior peso della crisi migratoria è la Colombia, ancora alle prese con le conseguenze di mezzo secolo di guerra civile. Secondo un rapporto del governo di Bogotá, così rivela HRW, tra marzo 2017 e giugno 2018 un milione circa di rifugiati sono affluiti nel Paese. Ma la cifra reale è probabilmente più alta, visto che ci sono oltre 270 punti di passaggio non ufficiali tra i due Paesi, ricorda il rapporto dell’ONG fondata nel 1988.

Prima del passaggio dei poteri al suo successore Iván Duque, avvenuto il 7 agosto scorso, il presidente uscente della Colombia e premio Nobel per la Pace 2016, Juan Manuel Santos, ha concesso a circa 440.000 rifugiati provenienti dal Venezuela un permesso di soggiorno temporaneo valido due anni. “Il mondo intero è sempre più atterrito da quello che sta accadendo in Venezuela”, ha detto Santos il 2 agosto, mentre ha condannato il governo di Caracas, “un regime che non ascolta e che rimane in uno stato di totale diniego”.

Anche se non confina con il Paese, il Perù ospita attualmente quasi 400.000 rifugiati venezuelani, di cui oltre 126.000 cercano asilo. Altri 250.000 venezuelani sono affluiti in Ecuador, di cui almeno 83.400 hanno ottenuto un permesso o un visto di ingresso. Ancora più a sud, in Cile, oltre 84.000 venezuelani (la situazione nel dicembre 2017) hanno ricevuto un permesso per risiedere nel Paese. Per quanto riguarda l’Argentina, quasi 78.000 venezuelani vivono con permesso legale all’interno del Paese.

Mentre quasi 100.000 venezuelani vivono nei Caraibi meridionali, con un picco di 40.000 a Trinidad e Tobago e altri 20.000 ad Aruba (parte costitutiva del Regno dei Paesi Bassi), almeno 58.000 si sono rifugiati in Brasile. Anche se si tratta di una cifra bassa rispetto ad altri Paesi, la convivenza tra i nuovi arrivati e la popolazione locale risulta a volte difficile. A marzo e ad agosto si sono verificati degli incidenti e attacchi xenofobi, che hanno spinto le autorità dello Stato di Roraima a chiedere a varie riprese la chiusura del confine.

Mentre nel 2016 Roraima aveva ancora il terzo più basso tasso di omicidi di tutto il Brasile, con un tasso di 27,7 omicidi ogni 100.000 persone lo Stato è attualmente il più pericoloso del Paese. Come osserva Die Welt, è comunque difficile stabilire la proporzione di migranti coinvolti, visto che la quota di omicidi risolti è inferiore al 10%.

Il presidente brasiliano Michel Temer, che ha deciso di inviare l’esercito al confine per garantire l’ordine, ha sottolineato in un articolo pubblicato lunedì sulla pagina web dell’agenzia EFE la ferma volontà del suo Paese di mantenere l’impegno umanitario e l’accoglienza fornita ai migranti venezuelani.

Status legale

Secondo HRW, i venezuelani che continuano tuttora a dirigersi verso i vari Paesi di accoglienza — confinanti e non — possono qualificarsi come rifugiati sulla base dei vigenti trattati internazionali, in particolare la Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati (nota anche come la Convenzione di Ginevra sui rifugiati) del 1951.

A proteggere inoltre i venezuelani è il principio detto di non-refoulement o non respingimento, che, come si legge nell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, stabilisce che “nessuno Stato contraente espellerà o respingerà […] un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”.

Importante è anche la Dichiarazione di Cartagena (1984), la quale — anche se non vincolante — è stata integrata nelle leggi o prassi nazionali di 15 Paesi dell’America Latina. Il testo estende infatti la definizione di rifugiato a tutte le “persone fuggite dal loro Paese perché la loro vita, la loro sicurezza e la loro libertà erano minacciate da una violenza generalizzata, un’aggressione straniera, conflitti interni, una violazione massiccia dei diritti dell’uomo o altre circostanze che abbiano gravemente turbato l’ordine pubblico”.

L’applicazione della Dichiarazione alla situazione dei rifugiati venezuelani è stata confermata in una sentenza preliminare del 6 agosto scorso emessa dalla giudice Rosa Weber, della Corte Suprema Federale del Brasile, ricorda il rapporto di HRW.

Uno dei problemi che sussistono è che molti venezuelani arrivano nei Paesi di accoglienza senza documenti validi, nel senso che non li hanno proprio portati o invece sono scaduti. Molti Paesi chiedono ad esempio il passaporto, ma le autorità venezuelane si dimostrano molto restie a rilasciarlo. Non solo i tempi per ottenerlo possono essere biblici — fino a due anni infatti –, ma occorre anche pagare fino a 1.000 dollari sul mercato nero ad un cosiddetto fixer o mediatore che conosce i canali, segnala il New York Times.

Pressioni su Maduro

Di fronte alla scarsa cooperazione mostrata dal governo Maduro per intervenire sulle cause dell’esodo, alcuni Paesi stanno aumentando la pressione su Caracas, spiega Die Welt. Un ex alleato del Venezuela, l’Ecuador, intende infatti uscire dall’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA in sigla spagnola), ricorda il quotidiano tedesco. Si tratta di un organismo voluto dal predecessore di Maduro, Hugo Chávez.

Da parte sua, il nuovo presidente della Colombia, Duque, ha confermato che il suo Paese uscirà prossimamente dall’Unione delle Nazioni Sudamericane o UNASUR, un altro organismo molto caro a Chávez. E il ministro degli Affari esteri cileno Roberto Ampuero ha definito martedì 4 settembre l’UNASUR un “organismo acefalo”, che si distingue solo per le sue “spese altissime”.

Mentre i sostenitori di Caracas in America Latina si possono contare sulle dita di una mano, poiché sono solo tre, cioè Bolivia, Cuba e Nicaragua, il governo venezuelano nega l’esistenza di una crisi. Per la vicepresidente Delcy Rodriguez l’attuale flusso migratorio dal suo Paese è infatti “normale”. “C’è stato un tentativo di convertire un normale flusso migratorio in una crisi umanitaria per giustificare un intervento internazionale in Venezuela”, così ha dichiarato lunedì 3 settembre.

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