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Si fa peccato ad andare a messa dai lefebvriani?

SAINT PETER ALTAR
M.MIGLIORATO - CPP - CIRIC
16 septembre 2017 : Messe pontificale solennelle célébrée selon le rite traditionnel en la basilique Saint Pierre au Vatican, Italie.

September 16, 2017: Pontifical High Mass in an ancient rite to celebrate the 10th anniversary of motu proprio Summorum Pontificum. Saint Peter's basilica, Vatican, Italy.
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Alcuni cattolici affermano di trarre maggior profitto dalla celebrazione eucaristica nella forma straordinaria che da quella in forma ordinaria. Anche prima del motu proprio Summorum Pontificum, e fin dall’anno di fondazione della Commissione Ecclesia Dei, esisteva (tuttora esiste) la Fraternità Sacerdotale San Pietro, che a differenza di quella detta “di San Pio X” è in comunione con il Vescovo di Roma. Dunque la domanda potrebbe essere rovesciata: perché tanta attrazione per i sedevacantisti?

La scomunica

Il compianto e già menzionato mons. Perl, in quel medesimo rescritto del 2003, aveva ricordato le conseguenze canoniche date dalla gravità della posizione dei sedevacantisti/sedeprivazionisti di fronte alla Santa Sede:

  1. I sacerdoti della Fraternità San Pio X sono validamente ordinati, ma sono sospesi dall’esercizio delle loro funzioni sacerdotali. In quanto aderiscano allo scisma dell’ex arcivescovo Lefebvre, essi sono inoltre scomunicati.
  2. In concreto ciò significa che le messe offerte da questi sacerdoti sono valide, ma illecite, vale a dire contrarie al diritto della Chiesa.

Data una tale posizione, la domanda sull’intenzione è non solo spontanea, ma financo obbligatoria: essendo la messa valida, benché illecita, assistervi porta certamente ad assolvere il precetto festivo; data però la situazione di intrinseco disordine ecclesiale sussistente già nella sola esistenza della Fraternità Sacerdotale San Pio X, e massimamente evidente durante la celebrazione di un’eucaristia non in comunione con la Prima Sede… quale frutto spirituale si spera di lucrarvi?

Tuttavia nel 2009 Benedetto XVI, che già da cardinale aveva auspicato provvedimenti meno rigidi di quelli poi attuati da Giovanni Paolo II, tentò di riavvicinare la Fraternità e il suo priore, mons. Bernard Fellay, rimettendo la scomunica. Un gesto di apertura che Papa Ratzinger sperava avrebbe innescato un riavvicinamento degli scismatici: il Concilio – precisava Benedetto XVI – resta una conditio sine qua non per il rientro nella comunione cattolica (anche, come è stato ipotizzato, nella forma canonica di una prelatura personale).

Così non è stato: il riavvicinamento c’è stato ma non tanto da diventare fattivo. A quanto avrebbe successivamente comunicato Papa Francesco a mons. Fellay, Benedetto XVI era tentennante sul da farsi: tornare a comminare la scomunica, visto che la Fraternità non tornava sui suoi passi e non abbracciava il Magistero conciliare? Francesco avrebbe detto a Fellay (uso il condizionale perché la fonte è il superiore della FSSPX e non il Papa) che non aveva intenzione di firmare il decreto di scomunica (pur tuttavia già pronto!), e nel Giubileo della Misericordia rincarò la dose autorizzando i sacerdoti della Fraternità ad assolvere validamente nelle confessioni dei fedeli cattolici (al termine del giubileo, peraltro, tale permesso è stato indefinitamente protratto).

La situazione attuale

Insomma i Papi stanno facendo tutto quanto è in loro potere per avvicinare la Fraternità, anche se dall’altro lato non sembra (ancora) esservi una corrispondenza competente: dieci giorni prima che morisse mons. Perl, dunque sempre nel luglio appena trascorso, il sacerdote riminese Davide Pagliarani è stato eletto nuovo superiore della Fraternità. Attendiamo sviluppi.

Nel frattempo la cornice in cui si era dato il responso di Perl è significativamente mutata, come si vede, perché la scomunica è stata rimessa e non più inflitta: il problema è però che la scomunica non era mai stata una questione dirimente per rispondere alla domanda “faccio peccato ad andare a messa lì?”. La questione dirimente è ancora e sempre quella della comunione col Romano Pontefice, che al momento non sussiste… e non per volontà di Papa Francesco. Era stato Benedetto XVI a precisare, contestualmente alla remissione della censura maggiore:

La remissione della scomunica è stata un provvedimento nell’ambito della disciplina ecclesiastica per liberare le persone dal peso di coscienza rappresentato dalla censura ecclesiastica più grave. Ma le questioni dottrinali, ovviamente, rimangono e, fintanto che non saranno chiarite, la Fraternità non ha uno statuto canonico nella Chiesa e i suoi ministri non possono esercitare in modo legittimo alcun ministero.

Evidentemente, il successivo provvedimento di Francesco interviene su quest’ultimo punto: ci si rivolge con piena legittimità a un sacerdote della FSSPX per ricevere l’assoluzione dal propri peccati. Un ulteriore segno di apertura, da parte della Chiesa Cattolica, può ravvisarsi nella decisione presa da Papa Francesco (su suggerimento della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Commissione Ecclesia Dei) di permettere agli ordinari del luogo di autorizzare la benedizione delle nozze da parte dei sacerdoti della Fraternità:

Nella stessa linea pastorale mirata a contribuire a rasserenare la coscienza dei fedeli, malgrado l’oggettiva persistenza per ora della situazione canonica di illegittimità in cui versa la Fraternità di San Pio X, il Santo Padre, su proposta della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Commissione Ecclesia Dei, ha deciso di autorizzare i Rev.mi Ordinari del luogo perché possano concedere anche licenze per la celebrazione di matrimoni dei fedeli che seguono l’attività pastorale della Fraternità, secondo le modalità seguenti.

Sempre che sia possibile, la delega dell’Ordinario per assistere al matrimonio verrà concessa ad un sacerdote della diocesi (o comunque ad un sacerdote pienamente regolare) perché accolga il consenso delle parti nel rito del Sacramento che, nella liturgia del Vetus ordo, avviene all’inizio della Santa Messa, seguendo poi la celebrazione della Santa Messa votiva da parte di un sacerdote della Fraternità.

Laddove ciò non sia possibile, o non vi siano sacerdoti della diocesi che possano ricevere il consenso delle parti, l’Ordinario può concedere di attribuire direttamente le facoltà necessarie al sacerdote della Fraternità che celebrerà anche la Santa Messa, ammonendolo del dovere di far pervenire alla Curia diocesana quanto prima la documentazione della celebrazione del Sacramento.

Permane un’ambiguità di fondo per il fatto che gli stessi membri della Fraternità Sacerdotale, nonché i loro simpatizzanti, protestano animosamente di non essere sedevacantisti: è facile comprendere l’imbarazzo nel dover postulare una vacanza della sede papale che perdurerebbe ormai da più di mezzo secolo… dunque i corpuscoli di questa galassia parascismatica hanno elaborato teorie bizantine (una su tutte quella nota col nome di “Tesi di Cassiciacum”) nelle quali in vari modi affermano che il Papa sarebbe sostanzialmente legittimo ma formalmente illegittimo, in quanto latore di dottrine eretiche [sic!] (quelle del Concilio Ecumenico Vaticano II).

Come si vede, dunque, il problema di una differente sensibilità liturgica (o di ciò che qualcuno chiama “estetismo liturgico” – chissà se si rendono conto del pericolo…) è tutto sommato marginale, quando si va al nodo della questione: la posizione de facto scismatica (che anche i cardinali Müller e Burke hanno ricordato) si deve a una divergenza dottrinale che non è ancora stata risolta. Sul loro sito, ad esempio, si trova un “elenco delle encicliche” che si ferma a Pio XII, ma i simpatizzanti affermano che questo non inficia la validità delle elezioni dei conclavi a partire da quello del 1958. Non si vede allora perché il magistero di Giovanni XXIII, il quale non ha firmato l’odiata dichiarazione Dignitatis Humanæ, non sia incluso nel computo: la costituzione apostolica Veterum sapientia, in fondo, raccomandava la cura dello studio del latino nelle case di formazione sacerdotale…

Insomma, tornando alla questione di partenza, del responso di mons. Perl resta tuttora validissimo il criterio, che ancora dev’essere rilanciato a chi pone la domanda sulla liceità: qual è l’intenzione che anima il desiderio di partecipare a quella messa?

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