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Il corpo cede, aggredito da malattie crudeli. Ma la mia vita è un dono

RAGAZZA, SFONDO, NERO

Kirill Balobanov | Unsplash

Annalisa Teggi - pubblicato il 06/09/18

Lucia ha 27 anni ed è il primo caso al mondo di persona affetta da fibrosi cistica e neuroblastoma addominale, ha avuto anche un tumore alla tiroide e al colon. Tutto questo non scalfisce la sua gioia di esserci ed essere circondata da affetti stupendi

Ieri ho passato l’intera giornata buttando l’occhio ogni mezzo secondo al cellulare: la figlia di alcuni nostri amici, di appena 15 anni, è stata sottoposta a una grossa operazione per rimuovere un tumore ai polmoni. In questi mesi in cui ho seguito a distanza il suo confronto serrato con una malattia che ha fatto irruzione nella sua vita spensierata, mi sono stupita della sua forza positiva.

Una ragazza avrebbe tutto il diritto di scomodare ogni insulto pesante contro un destino che si fa improvvisamente cupo. I giovani hanno anche tutto il diritto di stupirci e azzerare, di tanto in tanto, gli stereotipi che li vorrebbero viziati, debosciati, supercoccolati. Riflettevo su questo e mi sono imbattuta in una lettera scritta da una 27enne su Freeda.


RAGAZZA, AFRICANA, SERIA

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Lucia, gli occhi e il cuore

Conoscendo me stessa, so che potrei scrivere un papiro solo sul suo nome, Lucia. Però effettivamente il nostro nome ha da dire tanto, la prima cosa che Dio chiese ad Adamo fu quella di dare un nome agli animali e alle piante; e noi genitori trascorriamo intense ore di emozione per scegliere come chiamare un figlio.

Lei dunque è Lucia.  Porta memoria di quella santa che viene rappresentata con un vassoio in mano, su cui giace un paio d’occhi: è la santa che s’implora per i problemi alla vista. E non c’è malattia più invalidante per l’anima dell’incapacità di vedere il reale; trattiamo le circostanze come sfondo se vanno bene, come obiezione se ci tagliano la strada, ma in entrambi i casi non come messaggio vivo per il nostro destino. Siamo tutti ciechi da questo punto di vista, oppure parecchio miopi.

© Lassedesignen / Shutterstock

Porta memoria anche di quell’altra Lucia, la Mondella. Cacciata fuori di casa, esiliata dal suo progetto matrimoniale e catapultata in un mondo fatto di egoisti, violenti, malfidenti; catapultata fino a un lazzaretto infestato da odore di morte. Lei porta ovunque la fiammella della conversione, l’Innominato ci si arrende di gioia a quello spiraglio. Tutti come lui, dovremmo essere; capaci di buttare all’aria secoli di autocompiacimento e ripartire da una novità incontrata che illumina la via.

Un corpo al buio

La lettera della 27 enne Lucia fa sia sbarrare gli occhi, sia squarcia il buio. Lei racconta la sua vita con una ironia addirittura leggera, fin dal suo secondo giorno di vita quando dovettero letteralmente aprirle la pancia per salvarle l’intestino.




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E pare davvero che il suo corpo sia rimasto aperto da allora a ospitare una quantità di malattie gravissime che, però, non l’hanno mai uccisa fisicamente né intimamente: all’età di 1 anno e mezzo è il primo caso al mondo di persona con fibrosi cistica e neuroblastoma addominale.

Oltre ai controlli stretti e le terapie giornaliere, andavo a scuola e facevo tutto come gli altri bambini. All’età di 3 anni mi misero gli sci ai piedi e fu subito amore, a 10 anni primo viaggio “da sola” in colonia, a 13 in college in Inghilterra, poi con la mamma a Disneyland e in America. (da Freeda)
WOMAN IN HOSPITAL BED
KieferPix | Shutterstock

Con l’adolescenza, un altro colpo: il diabete. Più tardi, mentre vive una storia d’amore importante, arriva un tumore benigno alla tiroide; più tardi ancora, mentre vive un momento di svago con gli amici, arriva un problema all’intestino, ed è un tumore al colon che la riporta in sala operatoria. Il 2018 le ha portato in dote la scoperta di un difetto genetico del DNA.

Sembra un macabro tiro alla fune, più lei investe energie emotive nel costruirsi una vita felice nella malattia, più il suo corpo subisce attacchi ferali capaci di prostrare a terra il più testardo degli ottimisti. Deve sopportare terapie pesantissime e calibrate ad hoc sulla sua persona, tenendo conto di interazioni, effetti collaterali. In un caso si arriva anche all’isolamento:

Post operazione dovetti stare 20giorni a dieta senza iodio e poi chiusa 3 giorni in una camera piombata senza possibilità di contatto con nessuno – diventando io, mediante una pastiglia, radioattiva – tutto ciò che entrava nella stanza, non poteva più uscire, andava buttato. (Ibid)

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