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Brandon era prematuro, Vilma lo salvò: 28 anni dopo lavorano assieme

NURSE REUNION
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Una storia commovente dalla California, a ricordare che Dio non ci lascia nel mondo come pezzi scombinati di un puzzle

L’ospedale californiano Lucile Packard ha condiviso nei giorni scorsi una foto commovente sulla pagina Facebook della struttura: un incontro tra l’infermiera Vilma Wong e il pediatra neo-assunto come tirocinante Brandon Seminatore.

Chi si rivede!

A rigor di cronaca è stato il loro secondo incontro ed è qui la faccenda speciale: 28 anni fa Brandon si trovava nel medesimo ospedale in qualità di nascituro in pericolo di morte. Lei invece era una giovanissima infermiera di 26 anni e membro dell’equipe che lo fece nascere sano e salvo, anche se prematuro alla 29 settimana. Quello scriccioletto che le stava tra le braccia, ora la supera in altezza di una spanna. Intatto, pur con gli anni trascorsi, il sorriso di entrambi.

Con l’arrivo del nuovo pediatra nell’ospedale, Vilma ha cominciato a rimuginare su quel nome, che le risvegliava qualcosa di familiare. Ricostruita la storia, i due si sono ritrovati a condividere una gioia commovente. Brandon le ha detto:

Ma quindi tu sei Vilma? I miei mi hanno parlato di te, dicendo che li hai aiutati a superare ogni paura. (da Il Messaggero)

Il lieto fine … nella realtà

Dicono che per scrivere una storia di successo sia importante scegliere i nomi dei protagonisti. E Jacque Bosseut disse anche: “Dio scrive dritto sulle righe storte“. La cronaca per una volta ci spalanca gli occhi sul copione vivo della Provvidenza.

Sono sicura che Brandon Seminatore potrebbe essere il perfetto personaggio di una serie medica, e Vilma Wong pure: paladini dell’integrazione multietnica americana; più semplicemente due nomi e cognomi molto più reali di Meredith Grey, Mark Green e Ethan Choi. Sì, sulle serie mediche Grey’s Anatomy, ER e Chicago Med sono preparatissima; colpa di un desiderio mancato di fare Medicina.

GREY'S ANATOMY
Danielle Belton | Flickr

Mi piacciono, eppure sempre più spesso mi lasciano l’amaro in bocca (come tante pellicole al cinema, d’altronde). Pure i film si sono accartocciati: il lieto fine è evitato come fosse un virus pestilenziale, le lezioncine di morale sull’omofobia, violenza domestica, dissoluzione del clero sono il sottotesto onnipresente. Come se intrattenimento fosse una brutta parola da smacchiare con la candeggina della serietà bigotta!

La fantasia – l’invenzione di storie – è uno svago necessario all’uomo; l’immaginazione è una casa in cui fare lievitare l’esperienza, decantarla, rielaborarla. Invece, anche un telefilm serale si riduce a catechismo umano di bassa lega. Peccato.

Quanto sarebbe emblematica di sé l’immagine di un medico che salva la vita a uno sconosciuto e poi lo accompagna alla dimissione, senza sapere più nulla di lui.

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