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“Gesù non volle fondare una nuova religione”: come rispondere?

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Unione Cristiani Cattolici Razionali - pubblicato il 05/09/18

«Gesù non aveva alcuna intenzione di fondare una nuova religione». Questa è la frase più forteemersa dal dibattito avviato dalla rivista Jesus con alcuni studiosi, pronunciata dal prof. Mauro Pesce, ordinario di Storia del Cristianesimo e già autore di tesi controverse esposte nel suo libro con Corrado Augias: Inchiesta su Gesù.

Il tentativo è quello di ridurre Gesù ad un pio ebreo che volle solamente approfondire meglio l’ebraismo, indicando il cristianesimo come un tradimento delle sue reali intenzioni (accusando solitamente San Paolo di essere il fondatore della nuova religione). L’antropologa Adriana Destro, ad esempio, ha aggiunto«Gesù non vuole formare un gruppo a parte, non fonda una Chiesa. I motivi della morte, dunque, non hanno a che fare con questioni teologiche ma con questioni sociali e politiche». Pesce concorda e, nel libro già citato, aggiunge: «Gesù non vuole cambiare neppure una virgola, se vogliamo usare un termine attualizzante, della Torah, vale a dire della legge religiosa contenuta nei primi cinque libri della Bibbia». Ma queste sono tesi errate.

Da un certo punto di vista è vero, Gesù non parla mai di una nuova religione da fondare. Ed infatti il “cristianesimo” altro non è che quel gruppo di devoti ebrei che, incontrando Gesù, si convinsero tramite l’esperienza e la convivenza con lui, che seguire il suo insegnamento piuttosto che quello della Torah, gli avrebbe portati alla salvezza e alla letizia del cuore. E da quei discepoli si è generato un popolo, i seguaci di Gesù Cristo. Cioè i cristiani, cioè il cristianesimo. Padre Raniero Cantalamessa ha giustamente fatto un’osservazione tecnica: «nessuna religione è nata perché qualcuno ha inteso “fondarla”. Forse Mosè aveva inteso fondare la religione d’Israele o Buddha il buddhismo? Le religioni nascono e prendono coscienza di sé come tali in seguito, da coloro che hanno raccolto il pensiero di un Maestro e ne hanno fatto ragione di vita». Aggiungendo, comunque: «neanche la Chiesa, a rigore, considera il cristianesimo una “nuova” religione. Si considera insieme con Israele l’erede della religione monoteistica dell’Antico Testamento, adoratori dello stesso Dio “di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Il Nuovo Testamento non è un inizio assoluto, è il “compimento”(categoria fondamentale) dell’Antico». Chi solitamente afferma che il cristianesimo ha tradito le vere intenzioni di Gesù, si dimentica inoltre di quel brano così breve, ma così centrale: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16,13-20).

Il volume II della monumentale opera Un ebreo marginale (Queriniana 2003), scritta dal principale biblista vivente, John P. Meier della University of Notre Dame, nota che certamente Gesù non rifiutò del tutto i riti religiosi della comunità ebraica. Tuttavia, «il Nazareno almeno agli inizi del 28 d.C. imperniò la sua vita religiosa su un nuovo tipo di rito che mancava dell’approvazione della tradizione e delle autorità del tempio. Ciò significò l’introduzione di un nuovo rito che, implicitamente, metteva in discussione l’efficacia del culto praticato allora nel tempio e nella sinagoga» (pp. 145, 146). Inoltre, al contrario di Giovanni Battista e degli altri personaggi originali dell’ebraismo di allora, Gesù introduce un fatto radicalmente sconvolgente: la sua stessa persona come strada di salvezza, «il lieto annuncio del già e non ancora del regno di Dio, già presente ma in qualche modo ancora veniente; l’attuazione di questa presenza nelle guarigioni, negli esorcismi e nella comunione di mensa con i peccatori; un insegnamento nuovo e autorevole su come dovevano essere interpretate e praticate la legge di Mosè e la tradizione, e una posizione critica nei confronti del tempio di Gerusalemme»«Era questa esuberante e forse scioccante novità», commenta Meier, «a trovarsi al centro del messaggio, dell’azione di Gesù, dell’attrattiva (o repulsione) che esercitava. Il battesimo conferito da Gesù era il simbolo di una adesione come discepolo al nuovo messaggio che Gesù proclamava e dell’ingresso di chi, uomo o donna, entrava nella realtà nuova che Gesù portava» (pp. 174, 175).

“Scioccante novità”, “realtà nuova”. Questo contraddistingue la figura di Gesù, ben poco conciliabile con i tentativi di presentarlo come semplice “ribelle interno” all’ebraismo del I secolo.

Anche perché, commenta Meier, «Gesù contraddistingue i suoi discepoli da tutti gli altri ebrei» (p. 584). Certo, sarebbe sbagliato anche considerarlo come in totale “discontinuità” con ciò che lo precedette: «Una rottura completa con la storia religiosa a lui immediatamente precedente o successiva è a priori inverosimile», ha continuato il biblista statunitense. «Infatti, se fosse stato così “discontinuo”, unico, tagliato fuori dal flusso della storia prima e dopo di lui, sarebbe stato praticamente incomprensibile a chiunque. Senza dubbio, per quanto Gesù fosse originale, per essere un maestro e un comunicatore di successo deve essersi sottoposto ai vincoli della comunicazione, i vincoli della sua situazione storica» (J.P. Meier, Un ebreo marginale, Vol. 1, Queriniana 2006, p. 166). Ma, attenzione, ciò non toglie che: «il Gesù storico minacciò, disturbò, irritò la gente, dagli interpreti della Legge, passando per l’aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme, fino al prefetto romano che alla fine lo processò e lo crocifisse […]. Un Gesù le cui parole e i fatti non gli avessero alienato la gente, specialmente i potenti, non è il Gesù storico» (J.P. Meier, Un ebreo marginale, Vol. 1, Queriniana 2006, p. 173).

Se si legge il già citato Inchiesta su Gesù (Mondadori 2006), lo stesso Mauro Pesce inizialmente sostiene che Gesù si rivolgeva soltanto agli ebrei e non voleva niente più che la liberazione di Israele. Lo fa prendendo come guida il vangelo di Matteo, «un testo con caratteri fortemente ebraici» (pp. 8-13). Tuttavia, dopo poche pagine, riflettendo sul racconto della natività contenuto proprio in Matteo, lo studioso commenta così l’intento dell’evangelista: «vuole mostrare che la rivelazione riguardante Gesù come re dei Giudei e messia è stata affidata a sacerdoti e sapienti non ebrei. In tal modo giustifica il fatto che quel messaggio, che Gesù aveva indirizzato solo agli ebrei, dopo la sua morte può essere diffuso a tutte le genti. Alla fine del vangelo è scritto proprio così: “Andate e battezzate tutte le genti”» (p. 35). E ancora: «Per l’evangelista Matteo ciò significa forse che anche i non ebrei sono destinati a ereditare la salvezza portata da Gesù» (p. 38).

Più evidente la contraddizione di un altro studioso convinto del “tradimento del cristianesimo”, Bart D. Ehrman«Quando il ricco chiede a Gesù come guadagnarsi la vita eterna, questi gli risponde: “Osserva i comandamenti”», scrive il docente della North Carolina University. Eppure «i primi cristiani pensavano davvero che per guadagnare la vita eterna si dovesse osservare la Legge? Neanche per sogno. Era un’opinione respinta dalla maggior parte dei primi cristiani, persuasi che occorresse credere alla morte e risurrezione di Gesù per ottenerla. Non era la Legge a portare la salvezza bensì Gesù. Allora perché in quel passo Gesù afferma che chi osserva la Legge otterrà la salvezza? Perché quelle erano le parole che pronunciò realmente»(B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2012, p. 317). E’ sconcertante l’errore di Ehrman, il quale non si accorge che proprio nel brano evangelico del giovane ricco da lui citato (Mt 19, 16-22), Gesù indica esattamente l’opposto: il giovane infatti replica che ha già osservato i comandamenti (cioè la Torah, la legge), «che mi manca ancora?». Ed ecco la sconvolgente novità introdotta da Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi» (detto quasi certamente storico come attestato dalla molteplice attestazione: Mc 10, 18-21//Lc 18,18-22). Dunque, obbedire alla Legge non rende perfetti (cioè santi, diremmo oggi) per Gesù, serve altro: vieni e seguimi, sono io la Via, la Verità e la Vita. Non la Torah e non la Legge. E ancora: se a pagina 319, Ehrman annota che «per Gesù chi vuole entrare nel regno di Dio deve attenersi all’essenza della Torah», a pagina 321 e 323 scrive l’opposto: «Gesù ribadì più volte che il regno di Dio era già presente, qui e ora, anche se in forma ridotta. Si trattava di un’estensione del suo insegnamento sul regno venturo. Chi seguiva Gesù e obbediva alle sue parole stava già sperimentando la futura vita nel regno di Dio […]. Affermò, inoltre, che chi lo seguiva stava già pregustando il sapore del regno venturo. Nel suo ministero pubblico era già impegnato a portare il regno di Dio sulla terra».

In questo ultimo passaggio B.D. Ehrman sta giustamente riconoscendo che per Gesù stesso, la Torah non bastava, era invece la Sua persona a garantire l’accesso al regno di Dio (“già e non ancora”). Egli pretese di essere il Messia (Mc 2,23-28), si pose al di sopra del sabato, ritenne illeciti alcuni comportamenti che i giudei considerano derivati dalla Torah (Mc 10,2-11 // Mc 7,19), addirittura contrastò apertamente l”insegnamento di Mosè. Insegnò in nome della sua autorità, come se egli rivelasse la volontà di Dio. Si sostituì alla Torah, si dichiarò superiore al tempio. Concesse la remissione dei peccati, riservata solo a Dio, scandalizzando i farisei: il motivo della sua condanna fu proprio la sua pretesa divina. Lo storico e teologo spagnolo José Miguel García, della Università Complutense di Madrid, ha osservato: «aderire a Gesù significava negare il giudizio del sinedrio ebraico e mettere in discussione la legge mosaica, per questo fu violenta la reazione delle autorità ebraiche», ed infatti «la prima comunità cristiana (formata dagli apostoli) non condivide nulla con l’ebraismo, non frequentano il Tempio se non per evangelizzare, sanno e affermano di vivere qualcosa di assolutamente nuovo» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia, Bur 2008, pp. 339, 400).

Così, la tesi che Gesù non volle creare una nuova religione è tecnicamente errata, non solo perché non ha senso utilizzare un termine sociologico come “religione”, sul quale ancora oggi non c’è un consenso chiaro del suo significato. Al contrario, Gesù volle di fatto introdurre un messaggio, un annuncio fortemente unico, inconcepibile e destabilizzante per gli ebrei suoi contemporanei e non criticò soltanto alcune forme religiose (come fosse un rivoluzionario interno), ma si mise in competizione lui stesso con la Legge ebraica, evidenziandone la sua incompiutezza. Infatti, i discepoli ebrei riconobbero il lui il Messia annunciato da sempre nell’Antico Testamento, ed inevitabilmente ciò produsse immediatamente una netta divisionerispetto agli ebrei che non lo riconobbero (negli Atti degli Apostoli si può leggere quel “noi” e “voi” come conferma).

Ha spiegato Eric Noffke, presidente della Società Biblica Italiana: «a cominciare dal Nazareno fino ad arrivare agli apostoli e ai loro discepoli, la nuova fede in Gesù è andata gradualmente costruendosi come una religione completamente nuova rispetto al giudaismo». Lo stesso Gesù «aveva radicalizzato vari aspetti della fede ebraica, soprattutto l’attesa del Regno di Dio, predicato come una realtà in lui presente e operante […]. Gesù fu maestro, ma fu anche riconosciuto come il Messia atteso, nonostante che la sua predicazione e la sua morte in croce dovessero essere spiegate sovente contro la tradizione messianica mediogiudaica. Paolo, dunque, lungi dal tradire il Gesù profeta del Regno, fu di lui un discepolo fedele e un predicatore instancabile di quanto Dio aveva operato per suo tramite» (E. Noffke, Protestantesimo n.67, Claudiana Editrice 2012, pp. 125-141).

Qui l’articolo originale pubblicato dall’Unione Cristiani Cattolici Razionali

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