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Il discorso in parte inedito di Paolo VI durante l’ultima udienza a madre Teresa

TERESA PAUL VI
Wikimedia
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Figlie e figli carissimi! Siate veramente i benvenuti nella casa del Papa! Siamo stati informati che in questi giorni siete riuniti a Roma per il vostro incontro nazionale. Noi siamo lieti per il vostro numero che vediamo così cospicuo. per la vostra encomiabile dedizione all’impegno che avete assunto nei confronti dei fratelli bisognosi di aiuto. Sono segni questi che il messaggio di amore, proclamato da Gesù, continua a penetrare e a fruttificare profondamente nelle anime aperte e disponibili, pur in mezzo alle manifestazioni, talvolta crudeli ed abnormi, della violenza fisica e psicologica, alla propaganda massiccia di ideologie che incitano all’odio, al disprezzo e al sopruso nei riguardi degli altri, e pur in mezzo alla ricorrente tentazione dell’individualismo, cioè uno è sempre tentato di dire: «ma io che c’entro? Io sto per parte mia, e non mi interesso degli altri, non do fastidio a nessuno.

Ma non mi do premura di pensare ad altri che non conosco e che hanno tanto bisogno di aiuto». È la tentazione — ripeto — ricorrente e tanto diffusa ancora nella nostra società dell’individualismo, alla quale soccombono talvolta anche i seguaci di Cristo. E vorrei anche aggiungere la grande commozione, il grande piacere che mi fa di accogliervi qui, di vedervi tutti insieme, di sapervi tutti animati da questo sentimento di superamento dell’egoismo, per essere fratelli, per essere compagni, per essere capaci di comprendere e di soffrire con gli altri, di consolarli. È per me una grande, grandissima consolazione. E ne ringrazio prima di tutto la cara Madre Teresa [sorride rivolto verso di lei] e chi l’accompagna, e voi che l’aiutate, che la comprendete, e ne partecipate alle fatiche e agli ideali. È per me un momento di beatitudine. Mi pare un momento di vita evangelica vissuta insieme. E sono io il primo a raccogliere il beneficio di questo incontro, e ad essere anch’io discepolo di quel Cristo che tutti ci vuole uniti alla sua scuola. E di essere anche capace — quantunque sarei indegno di essere maestro davanti a voi, che siete così allenati e così iniziati alla vita della carità — di essere maestro, e di dirvi: «continuate, continuate, siate fedeli; guardate che avete scelto la via migliore»; «optimam partem elegistis» (cfr. Lc 10, 42), avete scelto la parte migliore. Nel qualificarvi come «cooperatori» di Madre Teresa di Calcutta, voi mostrate di aver meditato ed assimilato le parole illuminatrici di Gesù, riferiteci dall’evangelista Matteo: ricordate, nel giudizio finale il Cristo giudice — chi può pensare mai anche con la fantasia solo la maestà, la grandezza, il fulgore che può emanare da Gesù Cristo, il Capo dell’umanità che viene a giudicare e a classificare i vivi ed i morti, cioè quelli che sono nella sua comunione, e quelli che non lo sono più? Voi mostrate di avere meditato e assimilato le parole — dicevo — illuminatrici di Gesù, che ci sono riferite dall’Evangelista Matteo: nel giudizio finale, il Cristo giudice premierà o condannerà in base al rapporto, di accoglimento o di rifiuto, che i credenti avranno instaurato, durante la vita terrena, nei confronti degli affamati, dei piccoli, degli assetati, degli stranieri, dei bisognosi, dei malati, dei carcerati. E si può dire anche di più, poiché nel Vangelo c’è anche questo: degli indegni, di quelli che sono poveri, e non solo economicamente, ma sono poveri nella carità, nella umanità; degli esclusi, dei disprezzati. Anzi, giunge quasi ad identificarsi con questi — è uno dei tratti più significativi e più misteriosi del Vangelo — Gesù che dice: «In verità vi dico: ogni volta che voi avete fatto queste cose, cioè questi gesti di carità, a uno solo di questi miei fratelli più piccoli — anche qui Gesù che chiama “fratelli” questi frammenti umani, che sembrano non solo fuori della società, ma fratelli di nessuno; e Gesù li chiama proprio fratelli — voi l’avete fatto a me» (Mt 25-40). È una coincidenza che Gesù osa fare, direi con sorprendente grandezza e bontà, di mettersi al posto del fratello più piccolo, più bisognoso, più sofferente, più degradato, e dire: «l’avete fatto a me». Questa — direi — «incarnazione» mistica di Gesù nel povero, nel misero, è una cosa veramente fra le cose più luminose e più istruttive del Vangelo. D’altronde Gesù pone l’amore vicendevole come la caratteristica specifica dei suoi discepoli. È questo il comandamento antico e nuovo, come afferma l’Evangelista San Giovanni, il quale scrive: «Chi ama il fratello dimora nella luce» (1 Gv 2, 10).

Continuate, figli carissimi e figlie carissime, continuate con generosa costanza e con crescente impegno a lavorare per la diffusione e l’irradiazione della carità fattiva e disinteressata, consapevoli che tale vostro atteggiamento è l’espressione concreta e sensibile del vostro amore verso Dio, e che nel volto sfigurato ed umiliato del fratello povero voi potete, mediante la fede, intravvedere il volto di Cristo. Qualcuno di voi può dire: «io non ho mai incontrato Gesù». Se voi avete incontrato veramente col cuore e con la comprensione della carità il povero, voi avete incontrato Gesù! Ci piace ricordare le parole di Sant’Agostino, il quale, commentando la Prima Lettera di San Giovanni, scrive: «Se tu ami il fratello, ami forse il fratello e non Cristo? Com’è possibile, se tu ami le membra di Cristo? Se dunque tu ami le membra di Cristo, tu ami Cristo; e se ami Cristo, ami il Figlio di Dio; e se ami il Figlio di Dio, ami il Padre Dio del cielo e della terra. Non può pertanto scindersi l’amore…, se infatti ami il Capo, tu ami anche le membra». Noi auspichiamo, facciamo voti, direi è l’unico dono che io vi posso fare: di comunicarvi il conforto per ciò che già avete scelto, la via della carità, del fare del bene al prossimo. Noi auspichiamo che tutti i nostri figli sappiano ascoltare il gemito e il lamento — e talvolta sono gemiti flebili, che appena si fanno ascoltare, e talvolta sono invece urla, che indignano e che suggerirebbero di cacciarsi contro questi fratelli indegni — e invece bisogna saperli ascoltare, perché sono anch’essi coloro che soffrono, sono anch’essi coloro che hanno fame, sono anch’essi coloro che — e anche questa è una grande pena — coloro che sono soli, perché tutti, nella pace, nella concordia e nella solidarietà, possano vivere e realizzare la loro dignità di uomini e di figli di Dio.

© Osservatore Romano – 21 agosto 2016 (Tratto da Il Cattolico)

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