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Marzo 1968: la “scandalosa” conferenza di Ratzinger sul matrimonio

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 04/09/18

Il punto di partenza dell’etica matrimoniale cristiana

Per la seconda questione il giovane teologo sarebbe ripartito dal riferimento ad Agostino e (non a Bonaventura) alla scolastica in generale.

Del primo affermò l’impostazione etica di stampo stoico-neoplatonica, dunque improntata a un forte dualismo:

[…] la concupiscenza come sopravvento delle forze animali su intelletto e volontà è la forma in cui si mostra come il peccato sia la condizione fondamentale di Adamo. Da qui per Agostino la soddisfazione delle pulsioni sessuali in sé non può che essere in ogni caso [corsivo dell’autore, N.d.R.] un “malum”, di cui però si può fare un uso buono, cioè conforme alla ragione. “Bene utitur malo” è una formula con cui Agostino descrive il rapporto sessuale legittimo all’interno del matrimonio.

Ivi, 29-30

Naturalmente Agostino non è solo questo, ma innegabilmente l’etica stoico-neoplatonica adottata da alcuni Padri della Chiesa avrebbe sostanziato l’adagio moderno “non lo fo per piacer mio / ma per dare figli a Dio. Il dato invece teologico, che tante volte s’è perso nella striminzita formula “remedium concupiscentiæ” è un altro:

come matrimonio cristiano è piuttosto rappresentazione della salvezza, comunicata come guarigione dell’uomo. Il peccato agisce ancora in esso solo nella condizione della guarigione, del progressivo risanamento.

Ivi, 31

Sembra Amoris lætitia. Alla fase successiva dell’elaborazione dogmatica Ratzinger fa derivare una sterilità di pensiero

i cui esiti drammatici si possono scorgere nella moderna disputa sul problema del controllo delle nascite: la teoria sul matrimonio procede sempre meno dall’idea agostiniana fondata sulla storia della Salvezza e sempre più dai concetti filosofici di natura e genus (o generatio). In tal modo una concezione teologica pur sempre ancorata alla storia viene sostituita da una concezione la cui razionalità astorica è caratterizzata da una singolare mescolanza di astrazione e naturalismo. Il punto di vista dominante afferma ora che la sessualità è una questione di “natura”; ma naturale viene definito con Ulpiano come ciò che la natura detta a tutti gli esseri viventi (animalia). Tale natura – si dice – appartiene all’uomo non come individuo ma come esemplare di una specie; il matrimonio risulta conseguentemente una funzione della specie e trova nella conservazione della stessa il suo significato essenziale.

Ivi, 31-32

Sembra che nel 1968 Ratzinger avesse ascoltato The Bad Touch (2009) dei Bloodhoud Gang: se «non siamo altro che mammiferi» tanto vale «farlo come sul Discovery Channel». Donde la crisi del matrimonio, cui la Chiesa fatica a opporre una parola realmente convincente sul piano della ragione… perché è quello il piano su cui secoli fa essa stessa ha imboccato una strada infeconda. E tuttavia ci teniamo stretto quel modello, perché – si dice – almeno tutela il matrimonio. Ratzinger storce il naso:

Ora, non si capisce più per quale motivo sia necessario il matrimonio per dare forma morale alla sessualità; il matrimonio viene presentato come la miglior tutela per la crescita dei figli, ma in verità non può essere giustificato sulla base del criterio naturalistico cui ci si è affidati.

Ivi, 32-33

Difatti nel video di The Bad Touch che sopra ricordavamo gli scenografi hanno scelto di giustapporre la pulsione sessuale a quella erotica omofila… ed entrambe a quella dell’appetito da cibo. Insomma, tutto ridotto semplicemente a pulsione: da una parte ci si chiede “perché il matrimonio?” e dall’altra si domanda “perché no (per esempio) al [c.d.] matrimonio gay?”.


COMMUNION

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Da dove partire per il rinnovamento?

Ratzinger non è un profeta di sventure: vede arrivare il male e la sua recta ratio fide inlustrata gli suggerisce anche delle vie di sviluppo.

  1. Mettere in chiaro che «la castità non è una virtù fisiologica, ma sociale» («la moralizzazione della sfera sessuale risiede nella sua umanizzazione, non nella sua naturalizzazione»);
  2. «l’intreccio tra creazione e alleanza […] mostra la caratteristica autentica del matrimonio cristiano» («l’eros appartiene all’integrità del matrimonio cristiano, il quale non può esser fatto solo di agape» e «può anche realizzarsi come eros mistico nella verginità»);
  3. «nella costituzione effettiva dell’uomo il sesso e l’eros hanno […] bisogno di essere inseriti nel mistero della croce e della risurrezione» («l’amore coniugale è possibile solo come amore che perdona, che sopporta e si lascia mettere in croce. Questo amore […] può venire solo dalla fede mediante la “grazia”»).
I diversi piani della realtà del matrimonio

Ratzinger osserva quindi che nel XX secolo il pensiero sul matrimonio è stato marcato da una filosofia marcatamente personalistica, la quale però ha – insieme con il merito di aver accentuato la dimensione della relazione interpersonale – anche il demerito di aver offerto una sponda pericolosa alla deriva individualistica (e nichilistica). Insomma prima il matrimonio si fondava sul comando “siate fecondi e moltiplicatevi”, poi s’è retto tutto (o quasi) sulla creazione di Eva e sull’adiuturium simile sibi che Dio in lei ha dato all’uomo.

Se precedentemente l’eros, come aspetto che va al di là del compito della maternità e della paternità, era stato quasi del tutto dimenticato (in Tommaso entra in scena solo come amicizia che cresce fra i due successivamente al compito procreativo), diviene ora il punto di vista preponderante.

Ivi, 40

Così Ratzinger trova «senza dubbio ambiguo» che da un lato si condanni come immorale «qualunque intervento meccanico [che] comprometterebbe la totalità dell’incontro amoroso» e che dall’altro si ammetta «la regolazione dei rapporti in base ai periodi di fertilità della donna». Ma attenzione: Ratzinger non contesta la dottrina morale della Chiesa (anzi afferma che «il passo in avanti è innegabile»); si limita a rilevare la fragilità del suo sostegno.

Esso mostra con evidenza che l’idea dell’amore reciproco come norma in sé da sola non bassa.

[…] oggi bisogna dire che anche l’interpretazione del matrimonio a partire dall’amore di coppia non sfugge a una certa unilateralità.

Ivi, 41

Dopo il naturalismo dell’epoca moderna Ratzinger attacca l’individualismo dell’evo contemporaneo, il cui seme sta spesso – denuncia il teologo – anche in certe teologie sentimentali. A ben leggerle, le due critiche sono sovrapponibili (e in effetti una ingenuità, quella dell’amore fra due cuori, ricalca l’altra, quella della natura pura):

[…] Io e tu ci sono sulla base del presupposto del Noi, [e] quindi la persona nel puri significato di incontro Io-Tu non esiste affatto. Tale concezione è un’astrazione favorita dalla temperie culturale dell’individualismo, che ha trascurato l’intreccio profondo di ciascuno nel tutto avvolgente della società, che rende possibile e dà forma all’essere persona.

Ivi, 42

Ed ecco il grande affondo teoretico che ogni giusnaturalista “puro” risentirà da Ratzinger come una pugnalata alle spalle:

Qui si dimostra come l’esistenza umana abbia necessariamente un carattere pubblico e porti in sé, per così dire, un collegamento con il diritto e l’ordine giuridico: la natura dell’uomo è tale da non essere pura natura, ma di avere storia e diritto – e li deve appunto avere per poter essere “naturale”.

Ivi, 43

Dunque «il matrimonio non è costituito esclusivamente dall’amore personale, e ogni tentativo di spiegare solo a partire da esso il matrimonio o magari le sue fondamentali caratteristiche cristiane – l’unità e l’indissolubilità – è condannato al fallimento».




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Quanti hanno una qualche confidenza con la letteratura personalista del XX secolo ricorderanno il ben noto “tripode etico” di Ricœur: l’azione dell’uomo è rivolta a «una vita buona con e per gli altri all’interno di istituzioni giuste». Qualcosa del genere osserva Ratzinger, colmando il vuoto erosivo che l’impostazione individualistica lascia attorno al matrimonio:

Ciò che costituisce il matrimonio è […] il “sì” dei coniugi (quanto più personale, tanto meglio) come realtà ricevuta e ordinata dalla comunità. Il diritto matrimoniale non è un’aggiunta esterna rispetto ad un amore in sé autosufficiente: esso appartiene all’essenza del matrimonio umano, perché l’essere umano per sua natura è legato al diritto.

Ivi, 44

Le norme per l’ethos del matrimonio

Ormai volando alto sulla dissoluzione che il mondo avrebbe vissuto nei decenni che sarebbero seguiti a quella conferenza, Ratzinger profetizzava nitidamente lo scricchiolio della crisi demografica continentale:

Dove allora i partner volessero vedere solo de stessi, significherebbe che essi elevano arbitrariamente il proprio tempo a tempo ultimo: cercano di rendere eterno il presente e, volendo eludere così il mistero della morte, in realtà abbandonano il futuro alla morte.

Ivi, 48

Erano gli anni in cui si invocava “al potere la fantasia”, certo non quelli in cui osserviamo preoccupati da un lato i nostri borghi disabitati e dall’altro la pressione ingestibile dei migranti dal Sud (e se c’è chi ritiene a cuor leggero che un problema possa risolvere l’altro non manca chi non vuole illudersi che una leggerezza possa colmare gli effetti di altre leggerezze). Ratzinger vedeva.




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Riguardo al controllo delle nascite, però, il giovane teologo non si pronunciava né sul sì né sul no, e non per disobbedire al comando evangelico, né per non precorrere in alcun senso l’ormai imminente pronunciamento papale: era una rinnovata scuola del discernimento quella di cui il mondo aveva bisogno, non di un’altra ricettina da applicare (male, come tutte le altre).

Sì, le responsabilità connesse alla vita e alla morte, alla comunità e alla storia,

possono anche esigere una limitazione della prole, tanto che questa diventa una scelta etica e il suo contrario una scelta immorale. Ciò significa d’altra parte che in futuro, qui come in tutti gli altri ambiti dell’etica, l’individuazione della cosa giusta sarà questione di sensibilità morale, la quale peraltro non è mai completamente certa della sua giustizia e che riceve la sua giustizia proprio dal fatto che essa rimanda al perdono.

Ivi 49

Altezze vertiginose: capisco a stento di cosa Ratzinger parlasse. Mi pare che stesse rileggendo Humanæ vitæ con Amoris lætitia e confermando Amoris lætitia con Humanæ vitæ. Forse se questo scritto non comparirà negli Opera omnia passaggi come questi ne saranno la causa? Chissà. Eppure qui non si parla di mezzi, ma solo di paternità responsabile. Ciò che anche Paolo VI avrebbe indicato, assieme coi mezzi…




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In ultimo Ratzinger provava a rispondere alla questione dell’indissolubilità del matrimonio, che a quanto aveva detto (e cose analoghe le avrebbe dette ancora nei secoli a venire) non sarebbe connaturale al “matrimonio”, ma proporzionale alla personalità dei “sì” dei coniugi accolti dalla comunità, che precede, sostiene e accompagna la nuova famiglia.




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Negli ultimi anni qualche opinionista ha indebitamente schiacciato le posizioni del Cardinal Müller su quelle del Cardinal Ratzinger, affermando che alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede i due sarebbero stati in perfetta continuità. Non è affatto vero. Ricordo nitidamente una pagina dell’Osservatore Romano in cui il prefetto Ratzinger affermava che «forse non abbiamo ancora considerato a fondo la pratica del matrimonio di economia degli Orientali»: anni dopo, nella medesima pagina del medesimo quotidiano leggevo un testo del prefetto Müller nel quale si leggeva che «il matrimonio di economia non è un’opzione, anzi costituisce una difficoltà ecumenica». E neanche nel 1968, del resto, Ratzinger concludeva «che anche la Chiesa di occidente dovrebbe rendere il divorzio una possibilità del proprio diritto canonico», ma produceva invece un passaggio di altezza mirabile che a posteriori mi pare di poter leggere come un commento ai punti più dibattuti di Amoris lætitia:

Ma allora la pastorale deve lasciarsi determinare più fortemente dai limiti di ogni giustizia e dalla realtà del perdono; essa non può considerare in modo unilaterale l’uomo macchiatosi di questa colpa [il divorzio, N.d.R.] peggiore rispetto a chi è caduto nelle altre forme di peccato. Essa deve diventare consapevole con maggiore chiarezza delle peculiarità proprie del diritto della fede e della giustificazione per fede e trovare nuove strade, per lasciare aperta la comunità dei fedeli anche a coloro che non sono stati in grado di mantenere il segno dell’Alleanza nella pienezza della sua pretesa.

Ivi, 52

Osservazioni conclusive: matrimonio e verginità

“Un Ratzinger lassista”, diranno alcuni… “un Ratzinger modernista”, tuoneranno altri. Tutt’altro, poiché il giovane teologo scelse di chiudere quella conferenza sul matrimonio parlando della verginità: l’annuncio del Regno ha elevato il matrimonio a sacramento della salvezza, sì, ma l’ha pure “declassato” da comandamento a possibilità. Parimenti ha creato ex nihilo la possibilità di consacrare escatologicamente la propria verginità – anzi questo stato è, secondo la paradossale espressione del Concilio di Trento, beatius – “più felice” – vivendo un’oblazione “irragionevole e meravigliosa” come è quella del martire.


MADDALENA

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Neppure della verginità, in fondo, l’uomo può innamorarsi come se potesse essere un fine e non piuttosto un mezzo:

Né la verginità né il matrimonio producono per l’uomo la sua giustizia: entrambe lo obbligano, ciascuna a suo modo, ad abbandonarsi completamente alla giustizia di Colui che per noi si è fatto peccato e attraverso il quale noi siamo diventati giustizia davanti a Dio per la vita eterna.

Ivi, 55

Non so ancora se certi teologi mi diano i brividi più quando li capisco o quando non li capisco…

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