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Marzo 1968: la “scandalosa” conferenza di Ratzinger sul matrimonio

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 04/09/18

Per la prima volta ha visto la luce in italiano (per i tipi di Marcianum Press) una traduzione di “Zur Theologie der Ehe”, conferenza tenuta dal giovane Ratzinger in Germania pochi mesi prima della pubblicazione di Humanæ vitæ: ne risulta una temperie culturale effervescente, un acume teologico fatto per lasciare il segno, una prospettiva profetica che cala facilmente quel testo nei nostri giorni.

La possibilità di scelte irrevocabili, che la fede dischiude, appartiene ai tratti fondamentali dell’immagine dell’uomo che la fede stessa implica.

Allo stesso tempo si deve però ricordare senza esitazioni che dal puro diritto naturale non si può dedurre l’unità e l’indissolubilità del matrimonio. La “natura” del matrimonio è il suo essere nella storia e la sua naturalità si compie solo negli ordinamenti storici. Anche l’ordine della fede è un ordine storico, sebbene esso veda in Cristo la forma definitiva della storia e debba quindi attribuire alla pretesa della fede un carattere incondizionato. Inoltre, bisogna qui di nuovo ricordare che il richiamo di Gesù all’originario in contrapposizione all’antico trasgredisce la legge e non è esso stesso legge.

Per una teologia del matrimonio, 50

“L’unità e l’indissolubilità del matrimonio non si possono dedurre dalla sua natura”, anzi “la natura del matrimonio esiste solo nel darsi storico”, “anche la fede è condizionata dalla storia”, “quando Gesù oppone il progetto di Dio a Mosè trasgredisce la Legge e non ne fonda un’altra”… e chi sarà mai questo audace teologo, dalle tesi in odore di modernismo? È il giovane Joseph Ratzinger, che il 27 marzo 1968 tenne ad Heilsbronn una conferenza dal titolo Zur Theologie der Ehe: l’enciclica Humanæ vitæ – che come facilmente s’intuisce intercetta alcuni dei temi della conferenza – sarebbe stata pubblicata solo alcuni mesi dopo (25 luglio 1968), e dunque vanamente si cercherebbe nel testo ratzingeriano una conferma o una sconfessione del magistero montiniano.


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Ovviamente Ratzinger aveva presente il discorso di Paolo VI ai partecipanti al 52o Congresso nazionale della società italiana di ostetricia e ginecologia, del 29 ottobre 1966, nel quale il pontefice dichiarava di aver ricevuto i lavori della commissione preparatoria e di non essere tuttavia persuaso dalle loro conclusioni:

Con ciò la nuova parola, che si attende dalla Chiesa, sul problema della regolazione delle nascite, non è ancora pronunciata, per il fatto che Noi stessi, avendola promessa e a Noi riservata, abbiamo voluto prendere in attento esame le istanze dottrinali e pastorali, che su tale problema sono sorte in questi ultimi anni, studiandole al confronto dei dati della scienza e dell’esperienza, che da ogni campo Ci sono presentati, dal vostro campo medico specialmente e da quello demografico, per dare al problema la sua vera e buona soluzione, che non può non essere quella integralmente umana, quella cioè morale e cristiana. Abbiamo creduto assumere obbiettivamente lo studio di tali istanze e di elementi di giudizio. Ciò è parso essere Nostro dovere; e abbiamo cercato di compierlo nel modo migliore, incaricando una ampia, varia, versatissima Commissione internazionale; la quale, nelle sue diverse sezioni e con lunghe discussioni, ha compiuto un grande lavoro, ed ha a Noi rimesso le sue conclusioni. Le quali, tuttavia, a Noi sembra, non possono essere considerate definitive, per il fatto ch’esse presentano gravi implicazioni con altre non poche e non lievi questioni, sia d’ordine dottrinale, che pastorale e sociale, le quali non possono essere isolate e accantonate, ma esigono una logica considerazione nel contesto di quella posta allo studio. Questo fatto indica, ancora una volta, la enorme complessità e la tremenda gravità del tema relativo alla regolazione delle nascite, e impone alla Nostra responsabilità un supplemento di studio, al quale con grande riverenza per chi vi ha già dato tanta attenzione e fatica, ma con altrettanto senso degli obblighi del Nostro apostolico ufficio, stiamo risolutamente attendendo. È questo il motivo che ha ritardato il Nostro responso, e che lo dovrà differire ancora per qualche tempo.

A tal proposito Ratzinger premise alla pubblicazione del testo, che invece avvenne dopo quella dell’enciclica, queste righe:

Il presente manoscritto fu letto il 27 marzo 1968 a Heilsbronn durante il convegno del gruppo ecumenico di lavoro presieduto dal cardinale Jaeger e dal vescovo Stählin. Esso viene subito pubblicato in una miscellanea insieme alle altre relazioni tenute nella medesima occasione dai professori Greeven, Schnackenburg e Wendland. In tale pubblicazione come nella presente il testo viene riprodotto senza modifiche, così come è stato presentato a suo tempo. Ciò mi è sembrato l’unico modo per rispettare il suo carattere di introduzione alla discussione. Una rielaborazione che avesse considerato i problemi nel frattempo sollevati dall’enciclica Humanæ vitæ avrebbe completamente cambiato il carattere del testo. Il fatto che le questioni poste in quella circostanza continuino a sussistere legittima a mio avviso la scelta di sottoporre di nuovo, al di fuori del contesto di allora, all’attenzione di un pubblico più vasto.

Si tratta di una nota che Ratzinger appose all’edizione del 1972. Ora al nostro lettore, italiano, interesserà sapere altre due cose, prima di immergersi in questo poderoso documento (che a me fu segnalato a fine luglio dal professor Francesco D’Agostino):

  1. quella edita ora da Marcianum è in assoluto la prima edizione italiana;
  2. il testo è stato incluso da Benedetto XVI nel quarto volume del suo Gesamtwerk (opera omnia), tomo consultabile in tedesco ma che LEV (l’editrice pubblica 15+1 volumi) non ha ancora pubblicato in italiano.

La conferenza

Se la si legge tutta d’un fiato si termina l’ultima pagina col capogiro: l’uomo che scrisse queste parole sembrava aver visto già tutto, nella società e nella Chiesa. Pareva aver visto la dissoluzione sociale e morale che nei decenni a venire sarebbe deflagrata, con i gravi ed endemici fenomeni di isolamento e disintegrazione dell’individuo; aveva visto le tensioni fra le correnti teologiche e sembrava aver già letto sia Familiaris consortio sia Amoris lætitia (o davvero questi documenti sono frutti autentici del Concilio o il giovane Ratzinger era profeta… o entrambe le cose). I lunghi paragrafi di Deus caritas est su eros e agape mostrano qui che già cinquant’anni fa Ratzinger aveva le idee molto chiare:

L’artificiale contrapposizione fra eros e agape, come l’ha costruita Nygren [massimo teologo luterano svedese del XX secolo], deve essere completamente liquidata e superata perché errata. Sul piano puramente religioso De Lubac l’ha chiarito in modo grandioso nel suo libro sul significato spirituale della Scrittura.

J. Ratzinger, Per una teologia del matrimonio 36

Un paragrafo che da solo basta a indicare il metodo di lavoro di Ratzinger: studio della Scrittura, a scuola dai Padri della Chiesa, ricostruzione della storia del dogma e quindi momento sistematico. Il tutto in colloquio costante all’interno della Chiesa, anche con le comunità ecclesiali separate, e in franco confronto con la società e col mondo. Così si sviluppa anche il saggio recentemente donato da Marcianum al pubblico italofono, articolandosi in quattro questioni:

Per ciascuna delle quattro questioni presentate formulerò una tesi, che verrà poi sviluppata in una breve analisi.

Ivi, 12

Le quattro tesi, dunque, sono:

  1. La “sacramentalità” del matrimonio
  2. Il punto di partenza dell’etica matrimoniale cristiana
  3. I diversi piani della realtà del matrimonio
  4. Le norme per l’ethos del matrimonio

Cui si aggiungono alcune osservazioni conclusive su matrimonio e verginità.




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