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Vocazione, ristoranti, guardaroba. La sorella racconta il cardinale Martini che non ti aspetti

L’ultimo padre nostro con il card. Martini

© CPP/CIRIC

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 03/09/18

Per lui i genitori immaginavano un futuro da medico o ingegnere. Ecco come reagirono alla notizia dell'ingresso in seminario

Un figlio modello, che amava leggere e che i genitori speravano potesse diventare un medico o un ingegnere. Quando invece Carlo Maria confessò di voler entrare in seminario, per la famiglia fu un fulmine a ciel sereno.

Maris Martini Facchini in “L’infanzia di un cardinale” (Ancora Editrice), sorella minore del cardinale Carlo Maria Martini, ne racconta l’infanzia e la giovinezza. Tante curiosità che mai si sarebbero immaginate su un teologo dall’apparenza seriosa e rigida.

carlo maria martini
© DR

I gesuiti

Maris con lucidità quando il fratello disse ai genitori che il suo futuro sarebbe stato con i gesuiti:

«Avevo nove anni quando (Carlo) comunicò in famiglia la sua decisione a diventare gesuita. Carlo aveva appena terminato il liceo: due anni passati a Gozzano, nel collegio dei Gesuiti, e poi la maturità, nel luglio 1944, come privatista al D’Azeglio di Torino. Nella casa di Orbassano si ritirava in fondo al viale di tigli, sotto una grande quercia, portandosi una sedia ed un tavolo di vimini e una mole incredibile di libri. Quando giocavo con le mie amichette in giardino la mamma mi raccomandava di non fare rumore “perché Carlo deve studiare”».




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La reazione di sua madre

Fu in quel mese di luglio che Carlo annunciò a suo padre della sua vocazione e dell’intenzione di entrare, sul finire dell’estate, in seminario dai Gesuiti. La mamma, invece, sapeva già da tempo di questa decisione. «Oggi – prosegue Maris – mi rendo conto di come a volte la sentissi distante, deve essere stata dura per lei l’idea del distacco (malgrado Carlo non andasse lontano) ed il pensiero di non averlo vicino in quegli anni di guerra».

Carlo Maria Martini
© Mafon/Wikimedia Commons

Lo “choc” del padre

Tornando a suo padre, ecco la reazione alla notizia dell’ingresso in seminario:

«Rivedo papà seduto sulla sedia a sdraio in giardino che si passava e ripassava la mano nei capelli con aria pensierosa; anche se in cuor suo si prefigurava per questo figlio-modello una carriera da luminare della medicina (a lui, ingegnere, questo sembrava il massimo della scienza), manifestò grande rispetto per la decisione di Carlo e, nonostante non la condividesse, non si oppose alla sua partenza prevista per fine settembre».




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L’ultimo giorno insieme

A quel punto venne a casa Martini il superiore dei Gesuiti a parlare con Carlo «ed io ricordo l’atmosfera quasi sospesa che regnava in casa».

Il giorno del seminario era il 25 settembre. Allora il giorno prima, domenica 24, fu quello dell’ultima messa insieme in famiglia, poi della cena a casa e delle foto dell’addio. «Quante volte – rammenta Maris – le ho riguardate in questi anni: rivedo Francesco che cercava di tenerci allegri facendo il burlone, Carlo con l’espressione serena, la mamma che se lo rimirava come se lo dovesse vedere per l’ultima volta e papà con la solita postura tra il posato e il severo, ma col viso corrucciato ed un’aria mogia che non gli conoscevo; e poi ci sono io, la piccola della famiglia».

Tra le Alpi e Vienna

Il seminario fu intenso e produttivo per Carlo. Dopo otto anni il 13 luglio 1952 avviene la sua ordinazione sacerdotale a Chieri, quando Carlo già era insegnante di teologia e sembrava destinato a Roma. «Noi familiari – evidenzia la sorella – sentivamo un misto di soddisfazione e di fierezza per questo prestigioso traguardo. Doccia fredda: la destinazione di Carlo è Klagenfurt, in Carinzia, località per noi fuori dal mondo».

Poco dopo un altro spostamento a Vienna. In quel periodo, riporta ancora Maris, c’era una cosa che amava fare durante i periodi estivi il futuro cardinale Martini: imparare le lingue straniere. La famiglia lo andava a trovare e lui era immerso in queste lezioni di apprendimento.




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La passione per il buon cibo

Dall’Austria a Roma. Il trentenne Carlo si sposta nella Capitale, al Pontificio Istituto Biblico, per andare a studiare. Quando la famiglia andava a trovarlo accadevano dei “riti” a cui l’allora Don Carlo non avrebbe mai rinunciato. Santa messa delle 7 in una chiesa vicina a Piazza della Pilotta e serata al ristorante dove si degustavano piatti a base di cucina romana.

«Carlo apprezzava molto – e lo apprezzerà per tutta la vita – l’andare al ristorante forse perché il cibo del convento, soprattutto negli anni di Gerusalemme (ci andò quando frequentava l’Istituto Biblico ndr), era molto poco appetitoso».

Vestiti e guardaroba

Infine Maris spiega due curiosità del cardinale: la prima sul suo rapporto con i vestiti.

«Piccola digressione su guardaroba e pulizia della sua camera: mia madre, proveniente da una famiglia di «lanieri» gli manifestava tutta la sua materna sollecitudine rifornendolo abbondantemente di maglie di lana su misura, tutte marchiate «MC 265» in rosso sulla fettuccia bianca, identificativo per il bucato della casa».

«La leggenda familiare dice che Carlo mettesse nel guardaroba comune tutto quello che riceveva e mia madre non se ne dava pace. La sua camera mi sembra che affacciasse su piazza della Pilotta, ma era clausura e nessuno di noi l’ha mai vista. Le docce ed il resto, come in tutti i conventi, erano in fondo ai corridoi».




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La “superscopa” elettrica

Secondo aneddoto: il suo rapporto con… le pulizie della stanza.

«La pulizia della camera da parte di Carlo consisteva nel cercare di fare un mucchio dei gatin che correvano sul pavimento. Gli ho regalato una superscopa elettrica, ma penso che sia stata poco usata. Del clima conventuale, a distanza di anni, mi rimane – ed a volte mi manca – l’effluvio, sospeso nell’aria, del minestrone serale«.

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