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La riconquista della castità, bene arduo che la Grazia permette

CAVALIERE CON SPADA E SCUDO
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Vergini consacrati e sposi fedeli e fecondi: due versanti dello stesso amore per giungere a Dio, nella castità. La Grazia compie la nostra natura umana, maschile e femminile, in ogni vocazione

di Flora Gualdani

Tratto da: Casa Betlemme, I quaderni di spiritualità betlemita (quaderno n. 8 – 8 dicembre 2015)

Amico/a che hai avuto il dono della chiamata ad una consacrazione verginale, ascoltiamo insieme: l’insegnamento della Chiesa circa la sessualità. La Chiesa ci dice che la sessualità è dono di Dio ed è forza positiva e preziosa. Ma che non va dimenticata la fragilità umana dovuta al peccato. Fragilità che risente anche di condizionamenti negativi vari. Inoltre la Chiesa ci insegna che la Grazia di Dio rende possibile vivere castamente. Castità che non equivale a repressione dell’amore, ma ne è la custodia, la difende dall’egoismo e dall’aggressività per farne dono. Dono che richiede autodisciplina, sacrificio, che fanno armonia tra volontà e Grazia. San Giovanni Paolo II nel 1984 disse ai sacerdoti:

…sarebbe un errore gravissimo concludere da ciò che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo un ideale che deve poi essere adattato, proporzionato, graduato alle – si dice – concrete possibilità dell’uomo. Ma di quale uomo si parla? Dell’uomo dominato dalla concupiscenza o dell’uomo redento da Cristo?

E sempre il nostro santo papa nel 1987 costatava che anche nella comunità cristiana si sentono voci che mettono in dubbio la verità stessa dell’insegnamento della Chiesa.

Sappiamo che la sessualità è radicata nell’essere dell’uomo. L’uomo è creato ad immagine di Dio, maschio e femmina, per rispondere alla fondamentale vocazione della persona, cioè l’amore e la vita, da realizzare nel matrimonio o nella verginità consacrata. Due strade parallele che si sostengono a vicenda e portano alla stessa meta. La verginità consacrata è, nell’offerta, unita ad ogni fecondità e ad ogni sforzo per la fedeltà e fecondità matrimoniale. Il vergine consacrato, assumendo la sua sessualità oblativa, completa l’amore di coppia nella trascendenza. In entrambe le vie unico fine è l’amore, unico mezzo è il corpo animato – sessuato. Per la pienezza e la gioia di ogni vocazione è necessaria la conoscenza dell’armonia tra teologia del corpo e sacralità della fisiologia riproduttiva.

Nella donna consacrata la conoscenza dei metodi diagnostico naturali di fertilità aiuta a vivere una scelta verginale partendo dalla natura. Capire quale è la fase fertile e le fasi non fertili del ciclo mensile, nel variare ormonale, porta a constatare gli effetti psicologici connessi con il cammino spirituale conseguente. Ciò è basilare anche per una serena vita comunitaria.

In Mulieris dignitatem si legge:

la Grazia non mette mai da parte la natura né la annulla, anzi la perfeziona e nobilita

Sì, la Grazia non altera la natura, né si sostituisce ad essa, ma la porta a compimento, sia nel matrimonio che nella consacrazione verginale maschile o femminile. Corpo ed anima sono un tutt’uno, un “sinolo”, direbbe Aristotele. L’uno non è contrapposto all’altro. Col corpo si esprime l’anima e le realtà dell’anima si vivono in un corpo. Il “soma” non è un vestito sulla persona. La persona è unità di spirito e corpo per cui si ama con tutta la persona, non soltanto con una parte di essa. Fisiologia del corpo e mistica sono un’armonia. Ci è dato un corpo con le sue leggi naturali per vivere una sessualità verginale feconda ed equilibrata, che trascende la natura con l’opera della Grazia.

Il voto di verginità è cosa bella, affascinante, ma chiede di essere vissuto nel segno della Croce. Abbracciato alla Croce a condivisione e imitazione di Cristo, il Vergine per eccellenza. Unico modello resta Betlemme, la casa dei vergini: Gesù, Maria e Giuseppe.  Non va dimenticato che la verginità è fragile, occorre vigilare. Vigilare sempre. Siamo tutti e sempre fragili.

Anche se oggi per certa teologia ci sono gli atti “pre-morali” di genere vario (per esempio la masturbazione) che non andrebbero considerati peccato. Ma non è la coscienza dell’uomo che ha il diritto di dettare la norma. La libertà umana, per vivere bene, deve sottomettersi alla Verità cioè alla legge di Dio: chiara ed esigente. Il VI comandamento dice di non commettere atti impuri. Gesù nel Vangelo è ancora più severo:

… chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.” (Mt 5,28).

A chi obiettasse che Gesù, nelle beatitudini, si concentra sulla purezza del nostro cuore (Mt 5,8), io domando: come è possibile conservare la purezza del cuore mentre commetti atti impuri? Ritorna qui il concetto del “sinolo”: i nostri atti sono conseguenza di desideri, le nostre intenzioni provocano gli atti e li sostengono. Occorre la purificazione dei sensi.

I genitali li comanda la ragione che passa dal cuore e parte dagli occhi. Questo vale specialmente per gli uomini. Per gli uomini di tutti i tempi: per quelli dell’epoca di internet come per quelli dell’Antico Testamento. Anche il grande re Davide, infatti, senza custodire il suo sguardo desiderò una donna altrui finendo per compiere prima un adulterio e poi un omicidio.

Bisogna ricostruire il senso del peccato e imparare il dominio di sé. Si può rischiare di cadere nell’arte del “paravento” cioè: copro (scuso) te per parare me. Ma questa non è carità. E’ la strategia del buonismo che lascia imputridire la piaga, moltiplicando lo scandalo. Nella mia professione sanitaria ho imparato che le ferite vanno fatte sanguinare: soltanto così il tessuto granuleggia e quindi cicatrizza. Ma questo vale anche per la purificazione del corpo ecclesiale: è bene che i bubboni della Chiesa scoppino. Bisogna avere molta cura del pudore: del corpo, della fantasia, della parola. Pudore che va conservato sempre, in pubblico ma anche nella solitudine. E’ premessa indispensabile per vivere casti.

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