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Perché il dominio di sé cristiano non è autoaiuto

YOUNG,MAN,PRAYING
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Sembra sgradevole, ma dobbiamo imparare davvero a “disperare di noi stessi”

“Ho trascorso i primi 35 anni della mia vita religiosa pianificando cosa avrei fatto per Dio, e i successivi 35 imparando a permettere a Dio di fare di me ciò che voleva”. Lo ha detto un gesuita che per me è un eroe e che è ormai con Dio. Negli ultimi cinque anni della sua vita è stato cieco, debole e non in grado di lavorare. Gli avevo chiesto come trascorresse le sue giornate: “Oh, mi siedo nella mia camera e ripercorro la mia vita, e ne assaporo le grazie. È un modo splendido di passare il tempo”. Che uomo saggio e generoso! Cosa può insegnarci?

Parlando dell’autodisciplina come via per raggiungere la libertà spirituale, trovo molto utile usare il libro di padre Basil W. Maturin Christian Self-Mastery. Non si tratta, però, di una sorta di autoaiuto, con un’enfasi su se stessi piuttosto che su Cristo. Ovviamente, credere di essere autosufficienti è nella migliore delle ipotesi il massimo dell’ingenuità, nella peggiore un’enorme delusione di cui si è colpevoli.

Nella vita spirituale non c’è progresso senza grazia. L’iniziativa è sempre di Dio, non dell’uomo. Siamo chiamati a rispondere a quello che Dio ha avviato in noi. Quando un gesuita pronuncia i suoi primi voti, conclude dicendo “…e come tu mi hai dato liberamente il desiderio di compiere questa offerta, possa tu garantirmi la grazia abbondante per realizzarla”. Questa preghiera non è proprietà particolare dei Gesuiti, ma un elemento fondamentale della vita cristiana.

Vogliamo evitare di fare quello che si racconta di Benjamin Franklin. Si dice che quando aveva 16 anni decise che avrebbe acquisito delle virtù. Visto che in un anno ci sono 52 settimane, decise che avrebbe acquisito una nuova virtù a settimana, di modo che alla fine dell’anno avrebbe acquisito 52 nuove virtù. Non ha mai indicato se ci sia riuscito o meno.

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