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Perché si può cambiare il Catechismo? Risponde Giovanni Paolo II

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Quanto alla pena di morte, era stato proprio il CCC redatto da Joseph Ratzinger per ordine del Papa Polacco a rompere con la lezione che andava da san Tommaso a Pio XII, eppure ogni riformulazione della fede, che avvenga “sinfonicamente” nella Chiesa, non introduce alcuna novità nel suo depositum.

Quando la polemica sul rescritto pontificio che modificò l’articolo 2267 del Catechismo era al suo acme un lettore mi ha scritto su Facebook:

Io continuo a ritenere giusta la precedente formulazione del 2267 del Catechismo. Resto favorevole alla pena di morte in linea di principio. Ritengo la nuova formulazione ambigua e in contraddizione con l’insegnamento e, soprattutto, la pratica che la Chiesa stessa ha adottato per secoli. Prendo questa modifica del Catechismo come niente di più che una rinnovata esortazione del Papa a impegnarsi affinché l’applicazione della pena di morte sia scongiurata. Per come la vedo adesso ritengo che non ci siano argomenti che possano spostarmi da questa posizione. Cosa dovrei fare come cattolico? Posso esprimere liberamente queste posizioni in quanto cattolico? O dovrei chiamarmi fuori?

Dopo uno scambio col quale entrambi ci sincerammo di avere a che fare con un interlocutore interessato a discutere civilmente (e non con un “troll”) risposi così:

La risposta è molto semplice, anche se la articolo in due parti:

• Se intende parlare del suo personale assenso di fede, e considerando che anche nel depositum fidei c’è una gerarchia delle verità, penso che una divergenza limitata a questo o simili àmbiti (su Aleteia ho ricordato che lo diceva anche il Prefetto CdF Ratzinger in un rescritto) sia ammissibile, ovvero tollerabile. La Santa Chiesa, Madre e Maestra, accompagna compassionevolmente non solo chi ha difficoltà nel proprio matrimonio, ma anche i figli che non le stanno dietro nell’approfondimento dei propri convincimenti.

• Se invece intende parlare di una facoltà di insegnare che l’insegnamento della fede cattolica sarebbe conforme alla vecchia versione del numero 2267 e non alla nuova, penso che ciò si porrebbe in contrasto frontale con l’autorità che ha promanato il CCC, la quale sola formalizza i contenuti della dottrina cattolica nel pellegrinaggio terreno della Chiesa.

Insomma, chioserei con san Paolo: «Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea».

La questione sottesa è però quella della tangibilità del Catechismo, che alcuni descrivono come una specie di moloch intoccabile, da maneggiare col sacro terrore che impone l’Arca dell’Alleanza in 2Sam 6.

Di per sé, il genere letterario del “catechismo” conosce il proprio apogeo nel XVI secolo (grazie ai catechismi di Lutero e Pietro Canisio, oltre che a quello, lievemente posteriore, del Concilio di Trento), anche se si annoverano dei prodromi che affondano le radici più remote nella schola palatina e nella scuola di Alcuino di York. Nacque appunto come sviluppo organico di un’introduzione al cristianesimo a mezzo di domande e risposte (la forma riesumata ultimamente da Pio X e da Benedetto XVI – per il Compendio); nella forma “classica” esemplata dal Catechismo tridentino l’andamento dialogico era già scomparso per lasciare il posto a un’esposizione della dottrina a una sola voce.

Questi brevissimi accenni sono qui funzionali solo a un aspetto della questione: il catechismo – ogni catechismo – è uno strumento. Uno strumento che neppure è esistito per tutta la storia della Chiesa, e fra tutti i catechismi esistenti si dànno notevoli differenze di forma e di contenuto. Dunque si tratta non solo di uno strumento, ma anche di uno strumento marcatamente storico, segnato di volta in volta dalla propria epoca e dalle istanze che caratterizzavano quest’ultima.

Utile in tal senso è rileggere la Costituzione apostolica Fidei depositum, con la quale Giovanni Paolo II promulgava nel 1992 la prima edizione del Catechismo (quella redatta in francese), nonché la più breve Lettera apostolica Lætemur magnopere, che cinque anni dopo si approvava e si promulgava l’editio typica.

Giovanni Paolo II ricordava di aver aperto i lavori preparatori del Catechismo a seguito del Sinodo del 1985, il quale intendeva celebrare i primi venti anni dalla conclusione del Vaticano II:

In questo spirito, il 25 gennaio 1985 ho convocato un’Assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi, in occasione del ventesimo anniversario della chiusura del Concilio. Scopo di questa assemblea era di celebrare le grazie e i frutti spirituali del Concilio Vaticano II, di approfondirne l’insegnamento per meglio aderire ad esso e di promuoverne la conoscenza e l’applicazione.

In questa circostanza i Padri sinodali hanno affermato: « Moltissimi hanno espresso il desiderio che venga composto un catechismo o compendio di tutta la dottrina cattolica per quanto riguarda sia la fede che la morale, perché sia quasi un punto di riferimento per i catechismi o compendi che vengono preparati nelle diverse regioni. La presentazione della dottrina deve essere biblica e liturgica. Deve trattarsi di una sana dottrina, adatta alla vita attuale dei cristiani ». Dopo la chiusura del Sinodo, ho fatto mio questo desiderio, ritenendolo « pienamente rispondente ad un vero bisogno della Chiesa universale e delle Chiese particolari ».

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