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Cultura

Alle radici del razzismo in Italia

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L'Osservatore Romano - pubblicato il 25/08/18

In una recente raccolta di studi

di Giovanni Cerro

Gli studi sul razzismo italiano non hanno una lunga storia alle spalle. Nonostante gli esordi più che promettenti (penso, solo per citare due esempi, alla mostra La menzogna della razza organizzata nel 1994 presso la Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna dal Centro Furio Jesi e al volume Nel nome della razzaIl razzismo nella storia d’Italia, 1870-1945, apparso per Il Mulino nel 1999 a cura di Alberto Burgio), le ricerche si sono orientate quasi esclusivamente sull’esperienza fascista, scelta del resto comprensibile e quasi inevitabile, dedicando un’attenzione limitata ai molteplici fermenti che hanno attraversato l’età liberale e trascurando quasi del tutto la modernità.




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Merita pertanto di essere accolta con favore la pubblicazione del libro La pensée de la race en Italie. Du romantisme au fascisme, a cura di Aurélien Aramini e Elena Bovo (Besançon, Presses Universitaires de Franche-Comté, 2018, pagine 278, euro 20), che raccoglie saggi di studiosi francesi e italiani a confronto con un vasto corpus di fonti e testi relativi a molteplici campi del sapere, dalla filologia all’antropologia, dalla sociologia alla letteratura, fino al diritto.

Pur nella diversità dei presupposti metodologici adottati dai singoli autori, il punto di partenza comune dell’antologia è la distinzione tracciata da Pierre-André Taguieff tra racisme, ovvero l’insieme delle dottrine politico-scientifiche che implicano prescrizioni, che definiscono valori e norme e che si traducono in discriminazioni, segregazioni, espulsioni, persecuzioni fino a poter arrivare allo sterminio, e racialisme, cioè le elaborazioni ideologiche che hanno uno scopo anzitutto descrittivo ed esplicativo e che non sono direttamente animate da volontà discriminatorie.




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La miscellanea riesce così a evitare il pericolo di una rilettura teleologica dei discorsi sulla razza prodotti nella seconda metà dell’Ottocento, che non vengono considerati in funzione delle politiche razziali del regime, ma come un oggetto di studio autonomo. Ciò consente di esplorare figure poco note a chi si occupa di razzismo, come quella, studiata da Aramini, dell’orientalista Gaspare Gorresio, titolare della prima cattedra universitaria di lingua e letteratura sanscrita in Italia e pioniere nella divulgazione dell’ideologia ariana nella penisola. A partire dall’idea che la filologia sia uno strumento attraverso il quale far emergere le credenze religiose, le convinzioni culturali e le concezioni politiche dei popoli del passato, Gorresio porta a compimento nell’arco di un trentennio, dal 1843 al 1870, una grandiosa impresa editoriale, finanziata dal governo piemontese: la pubblicazione del testo e della traduzione del poema epico indiano Rāmāyana, attribuito a Vālmīki. Nella prefazione al nono volume dell’opera Gorresio ripropone l’opposizione già presente in Ernest Renan, che aveva conosciuto durante i suoi studi a Parigi, tra spirito semitico e spirito indoeuropeo: la visione del mondo dei semiti, influenzata dalle religioni monoteistiche, deve limitarsi a rappresentare il dramma dell’eterna lotta dell’uomo con le sue passioni, mentre la superiore Weltanschauung degli ariani, con la ricca mitologia e la tendenza alla divinizzazione della natura, nonché grazie alla duttilità della lingua nella quale si esprime, è capace di elevarsi fino alle vette della lirica e dell’epopea. Gli europei del presente, degni eredi degli ariani d’Oriente, hanno conservato non solo questa spiccata tendenza alla spiritualità, ma anche la loro originaria forza espansiva e conquistatrice attraverso la quale possono trarre il massimo vantaggio dagli avanzamenti della scienza e della tecnica moderne. A conferma dell’importanza di Gorresio per la diffusione del mito ariano in Italia e al tempo stesso della sua capacità di intrattenere relazioni con gli studiosi europei del tema, in appendice all’antologia viene riportato uno scambio epistolare con Gobineau, che nel 1879 gli scrive per ottenere i tomi mancanti della sua «magnifica traduzione».

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