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Francesco in Irlanda per la famiglia: Mondo, Chiesa e Poveri.

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HO | OSSERVATORE ROMANO | AFP
A handout photo made available by Vatican Media shows Pope Francis (L) receiving a posy of flowers from the daughter of Ireland's Foreign Minister Simon Coveney (R) on arrival at Dublin airport on August 25, 2018 to attend the 2018 World Meeting of Families. / AFP PHOTO / OSSERVATORE ROMANO / HO / RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY CREDIT "AFP PHOTO / OSSERVATORE ROMANO" - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS
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Sembrava che si dovesse parlare solo di omosessuali e di pedofili, al IX Incontro Mondiale delle Famiglie, invece non s'è parlato affatto dei primi e dei secondi s'è fatto cenno nel contesto di una riproposizione integrale del Vangelo di Cristo per l'uomo e per la società. I media avevano scalette già scritte; qui vi proponiamo una sintesi dei discorsi.

Facilmente chi stasera abbia seguito un qualunque telegiornale nazionale avrà avuto l’impressione che Papa Francesco sia andato in Irlanda a parlare di pedofilia. Addirittura il Tg1 ha preparato un servizio con interviste a “vittime di abusi” (a proposito, sembra che non siano riusciti a trovare neppure una donna…). Già nel pomeriggio Repubblica apriva il proprio sito internet con lo strillo “Il Papa: «La Chiesa ha fallito»”, laddove Francesco ha parlato invece di “fallimento delle autorità ecclesiastiche”. Sembra che l’unico modo per informarsi obiettivamente sul magistero del Romano Pontefice sia leggerne gli interventi, sine glossa e senza malizia. E si scopre, per esempio, che di “pedofilia” (ma si direbbe meglio “pederastia omofila”) il Santo Padre ha parlato al termine dell’incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico. Per essere più precisi, Francesco ha parlato di «questi crimini ripugnanti» solo dopo aver diplomaticamente richiamato l’Irlanda del “matrimonio” gay e dell’abrogazione dell’Ottavo emendamento della Costituzione (quello che aveva finora impedito che si legiferasse per la liberalizzazione dell’aborto).

Il Paese ospitante

Già, perché il Papa è andato in Irlanda per parlare di famiglia e alle famiglie, poiché che «la Chiesa è […] una famiglia di famiglie, e sente la necessità di sostenere le famiglie nei loro sforzi per rispondere fedelmente e gioiosamente alla vocazione data loro da Dio nella società».

A istituzioni, politici e diplomatici Francesco ha infatti ricordato:

Non occorre essere profeti per accorgersi delle difficoltà che le famiglie affrontano nella società odierna in rapida evoluzione o per preoccuparsi degli effetti che il dissesto del matrimonio e della vita familiare inevitabilmente comporteranno, ad ogni livello, per il futuro delle nostre comunità. La famiglia è il collante della società; il suo bene non può essere dato per scontato, ma va promosso e tutelato con ogni mezzo appropriato.

Primo, aiutare le famiglie concrete. Secondo, non illudersi di poter impunemente «dissestare il matrimonio e la vita della famiglia».

La realtà ha i propri diritti e anche le proprie esigenze: se si vuole parlare della “famiglia dei popoli” non si può prescindere dal «ricco patrimonio di valori etici e spirituali» che è proprio della famiglia stricto sensu e anche di tutto ciò che per analogia si definisce tale. Ad esempio:

Il Vangelo ci ricorda che la vera pace è in definitiva dono di Dio; sgorga da cuori risanati e riconciliati e si estende fino ad abbracciare il mondo intero. Ma richiede anche, da parte nostra, una costante conversione, fonte di quelle risorse spirituali necessarie a costruire una società veramente solidale, giusta e al servizio del bene comune. Senza questo fondamento spirituale, l’ideale di una famiglia globale di nazioni rischia di diventare nient’altro che un vuoto luogo comune. Possiamo dire che l’obiettivo di generare prosperità economica, o finanziaria, porta da sé a un ordine sociale più giusto ed equo? Non potrebbe invece essere che la crescita di una “cultura dello scarto” materialistica, ci ha di fatto resi sempre più indifferenti ai poveri e ai membri più indifesi della famiglia umana, compresi i non nati, privati dello stesso diritto alla vita? Forse la sfida che più provoca le nostre coscienze in questi tempi è la massiccia crisi migratoria, che non è destinata a scomparire e la cui soluzione esige saggezza, ampiezza di vedute e una preoccupazione umanitaria che vada ben al di là di decisioni politiche a breve termine.

Un fondamento spirituale lo esige ogni pace, anche quella secolare, ha detto il Papa con franchezza profetica. E poi a seguire una ripresa della lezione della Centesimus annus (è fideistico illudersi che “il mercato” possa fondare l’equità sociale) e il già espresso riferimento all’aborto – furiosamente inseguito dall’Irlanda – come espressione della “cultura dello scarto”. Quella stessa che promuove l’indifferenza dei popoli verso i migranti e la miopia dei loro politici.

Per questo – perché vanno tutelati con la medesima forza il concepito non nato e il povero che grida aiuto – «ogni bambino è […] un dono prezioso di Dio da custodire, incoraggiare perché sviluppi i suoi doni e condurre alla maturità spirituale e alla pienezza umana». Chi pensava di vedere un Papa piegato dalla vergogna, che per il rossore abdicasse al proprio dovere di confermare i fratelli nella fede, s’è dovuto ricredere: il motivo per cui il Papa ha sottilmente rimproverato l’Irlanda per la deriva abortista è il medesimo per cui s’è umilmente battuto il petto per i minori abusati.

L’incontro con istituzioni, politici e diplomatici si è concluso con un richiamo alla nobile storia cristiana d’Irlanda, che dal IV secolo ha prodotto sintesi mirabili di fede e cultura:

Prego affinché l’Irlanda, mentre ascolta la polifonia della contemporanea discussione politico-sociale, non dimentichi le vibranti melodie del messaggio cristiano, che l’hanno sostenuta nel passato e possono continuare a farlo nel futuro.

La Chiesa

Dopo aver salutato la rappresentanza civile del Paese ospitante – e non senza aver indirizzato anche alle istituzioni la pro-vocazione evangelica – il Santo Padre si è recato nella procattedrale di Santa Maria. Lì diverse coppie, anziane e giovani, di sposi e di fidanzati, lo hanno salutato a nome dell’assemblea tutta e gli hanno rivolto domande. Rispondendo loro Francesco ha potuto percorrere le vie del matrimonio cristiano, che dall’umanissimo mistero dell’amore conducono sacramentalmente al Mistero unitrino di Dio.

La società cambia e le generazioni si susseguono, ma con gli stili di vita non muta l’essenza della relazione sponsale, così il Santo Padre ha potuto dire a una coppia di anziani:

Grazie sia per le parole di incoraggiamento sia per le sfide che avete presentato alle nuove generazioni di sposi novelli e di fidanzati, non solo qui in Irlanda ma in tutto il mondo. Loro non saranno come voi, saranno diversi. Ma hanno bisogno della vostra esperienza per essere diversi, per andare più avanti. È così importante ascoltare gli anziani, ascoltare i nonni! Abbiamo molto da imparare dalla vostra esperienza di vita matrimoniale sostenuta ogni giorno dalla grazia del sacramento.

E poi ha risposto a due giovani fidanzati che hanno palesato al Pontefice il timore di impegnarsi “per sempre”, con quello che al nostro mondo rapace sembra un salto nel vuoto:

Certamente dobbiamo riconoscere che oggi non siamo abituati a qualcosa che realmente dura per tutta la vita. Noi viviamo una cultura del provvisorio, non siamo abituati. Se sento che ho fame o sete, posso nutrirmi, ma la mia sensazione di essere sazio non dura nemmeno un giorno. Se ho un lavoro, so che potrei perderlo contro la mia volontà o che potrei dover scegliere una carriera diversa. È difficile persino star dietro al mondo, in quanto tutto intorno a noi cambia, le persone vanno e vengono nelle nostre vite, le promesse vengono fatte ma spesso sono infrante o lasciate incompiute. Forse quello che mi state chiedendo è in realtà qualcosa di ancora più fondamentale: “Non c’è davvero niente di prezioso che possa durare?”. Questa è la domanda. Sembra che nessuna cosa bella, nessuna cosa preziosa duri. “Ma non c’è davvero qualcosa di prezioso che possa durare? Neanche l’amore?”. E c’è la tentazione che quel “per tutta la vita” che voi direte l’uno all’altro, si trasformi e, col tempo, muoia. Se l’amore non si fa crescere con l’amore, dura poco. Quel “per tutta la vita” è un impegno da far crescere l’amore, perché nell’amore non c’è il provvisorio. Se no si chiama entusiasmo, si chiama, non so, incantamento, ma l’amore amore è definitivo, è un “io e tu”. Come si dice da noi, è “la metà dell’arancia”: tu sei la mia metà arancia, io sono la tua metà arancia. L’amore è così: tutto e per tutta la vita. E’ facile rimanere prigionieri della cultura dell’effimero, e questa cultura aggredisce le radici stesse dei nostri processi di maturazione, della nostra crescita nella speranza e nell’amore. Come possiamo sperimentare, in questa cultura dell’effimero, ciò che veramente dura? Questa è una domanda forte: come possiamo sperimentare, in questa cultura dell’effimero, ciò che veramente dura?

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