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«I Sessantottini? Delusi dalla mancanza di senso, ma noi più anestetizzati di loro»

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Una ribellione antropologica, una protesta sulla mancanza del senso della vita. Ma, almeno loro e a loro modo, si ribellavano. Noi? Completamente anestetizzati. Così riflettono sul Sessantotto tre storici di livello, valorizzando l’ideale sessantottino, senza giustificare lo sfascio generazionale che ne seguì. E la ribellione di quegli anni ha provocato danni immensi proprio perché non trovarono una risposta a questo urlo disperato.

Si parta da una constatazione: negli ultimi trent’anni nessuno ha mai visto proteste studentesche che non fossero -imbeccate dalla politica- richieste di maggiori finanziamenti o strutture migliori, nulla di più. Ma a tema, in quegli anni, c’era la vita, il significato del lavoro, dell’autorità, dell’esistenza. Oggi nessuno metterebbe in piazza lo smarrimento esistenziale«La ribellione generazionale è una richiesta sul significato della vita e sul senso delle cose, sul fondamento della società occidentale», spiega Eugenio Capozzi al Meeting di Rimini, ordinario di Storia contemporanea all’Università “Suor Orsola Benincasa” Napoli.

«L’Europa e l’Occidente hanno vissuto per secoli su una promessa della modernità, delle magnifiche sorte progressiste, che poi si è attuata in tante forme: rivoluzione scientifica, illuminismo, la democrazia, il socialismo ecc. Tutto questo è andato di pari passo con l’erosione delle basi della civiltà europea, l’etica cristiana, il senso della comunità che era nato con il cristianesimo. Questo ha portato ad una destabilizzazione dell’Occidente e ai totalitarismi, in seguito si è cercato di rincollare il tutto con le democrazie del benessere. Si è creduto che dando il welfare, dando gli elettrodomestici e il consumismo si sarebbero risanate le piaghe. Ma dopo Auschwitz, dopo i Gulag non erano queste le risposte e i Sessantottini hanno avuto il merito di aver messo a tema questa gigantesca ipocrisia: “vi rendete conto che è venuto meno il collante della comunità e della civiltà?”, ci dicono».

Ovviamente, però, gli stessi rivoluzionari del’ 68 non hanno saputo produrre questo collante e le loro grida non hanno generato nulla proprio per la mancanza di un collante, che già non c’era più. L’unico frutto di quegli anni -ha proseguito lo storico- è stata l’ideologia del “vogliamo tutto” e del “puoi essere quello che vuoi”.

«Oggi si è affermata una classe dirigente che si è dotata di questa ideologia: l’individuo può puntare ad una forma di onnipotenza, grazie alla tecnica. Non c’è più comunità. La richiesta di senso è seppellita e paradossalmente siamo più ipocriti di quanto lo eravamo 50 o 60 anni fa. E non c’è più un’idea di rivoluzione contro questo se non la cieca rivolta contro le élite, dire che sono “cattive”. Che poi è il populismo. Siamo nel pieno della disgregazione di una società che punta soltanto all’affermazione individuale e così non si ricostruisce la comunità e non si risponde a quella domanda radicale dei Sessantottini a cui nemmeno loro avevano saputo rispondere. Cinquanta anni dopo non abbiamo fatto saputo fare passi avanti».

 

Sono riflessioni cruciali per comprendere l’attualità. Giovanni Orsina, ordinario di Storia contemporanea e di Sistemi politici europei all’Università LUISS “Guido Carli” di Roma, concorda completamente con questa analisi:

«I Sessantottini sono i più fortunati nella storia del genere umano, c’è un benessere crescente e spazi di libertà inediti. Eppure c’è rabbia e contestazione, sentono questo vuoto, sentono il fallimento dei tentativi del Novecento di ricostruire la società tramite la politica. “Dio è morto, benissimo. Ma come lo soddisfo il mio desiderio di assoluto, di liberazione?”, si chiedono. La politica ha fallito, la classe operaia ha fallito, l’idea di Nazione ha fallito…”Che faccio? Soddisfo i miei istinti”. Sesso, droga, viaggi, sensazioni, emozioni, l’espansione al massimo della propria soggettività ma partecipando ad un’azione collettiva. E’ una enorme contraddizione: il rivoluzionario è un puritano, è disposto a morire per qualcosa di cui nemmeno beneficerà. Altro che sesso e droga e soddisfazione immediata! Qui fallisce il Sessantotto e tutte le generazioni successive: non ci sono più risposte che non siano “fate quello che vi pare, ciascun per sé”. Questa è la tragedia della nostra generazione. Il Sessantotto è stato la denuncia del fallimento di tutte le risposte politiche e l’estremo tentativo di trovare una risposta politica, che fallirà essa stessa nel giro di qualche anno”.

Edoardo Bressan, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Macerata, accenna una risposta nel finale. La stessa che già a quei tempi, alcuni cattolici impegnati (lui cita Gioventù Studentesca, quindi don Giussani) proposero ai Sessantottini. Le stesse forze che cambiano il mondo sono quelle che cambiano il cuore dell’uomo, e il cambiamento personale è possibile solo davanti ad una Presenza che attrae e trae fuori da se stessi, dando una prospettiva di eternità alla vita. Così il soggettivismo radicale emblema di quegli anni fu proprio l’antitesi della possibile rinascita.

QUI L’ORIGINALE

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