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I 4 pilastri della femminilità secondo Edith Stein

FEMME LIBRE

Photo by rawpixel.com on Unsplash

Marzena Wilkanowicz-Devoud - Michael Rennier - pubblicato il 21/08/18

Filosofa e carmelitana, santa Teresa Benedetta della Croce, nata Edith Stein, è morta ad Auschwitz nel 1942. La sua eredità offre una visione vibrante e profonda della femminilità, da riscoprire. Una teologia della donna che ha influenzato il pensiero del papa Giovanni Paolo II sulla teologia del corpo e sulla grazia particolare della femminilità.

Nata nel 1891 in Prussia in una famiglia giudaica, Edith Stein decise nell’adolescenza di allontanarsi da ogni credenza religiosa. Dotata di una viva intelligenza, studiò allora filosofia alla scuola del grande filosofo tedesco Edmund Husserl, fondatore della fenomenologia. Una lunga maturazione intellettuale e spirituale la condusse al cattolicesimo, al quale si convertì nel 1921. Prima di essere credente, sviluppò un’alta idea del posto della donna nella società e nel mondo. Si preoccupò in particolare del lavoro «di informazione e di educazione necessario per condurre le donne a votare».




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Divenuta cattolica, prese parola a nome delle donne e provò il bisogno di fondare una riflessione filosofica, teologica e concreta sulla specificità femminile e sul ruolo della donna. Sviluppò allora quella che ebbe a chiamare una “teologia della Donna”. Il suo pensiero si ispira al metodo fenomenologico, alla Sacra Scrittura e a San Tommaso d’Aquino.




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Perché Edith s’interrogava sulla complementarietà originale dell’uomo e della donna? Senza dubbio perché da sempre s’interessava a tutto quanto toccava la persona umana, la visione dell’umanità perfetta – quella di Cristo. Ma anche perché osservava nella Germania degli anni 1930 dei movimenti giovanili in rivolta contro la generazione dei loro genitori. Ella avvertì allora che si stava operando una rottura spirituale profonda, nel suo Paese, e comprese che per raccogliere la sfida della trasmissione culturale la donna avrebbe potuto giocare un ruolo essenziale. Secondo Cécile Rastoin, monaca nel Carmelo di Montmartre e autrice del libro Edith Stein. Enquête sur la Source [Edith Stein. Ricerca sulla fonte, N.d.T.], la filosofa tedesca avrebbe così

affrontato le questioni del momento prendendo la parola a nome delle donne ed esortandole a ricostruire il tessuto sociale per fare argine al nazismo.

Arrestata dalle SS, Edith Stein fu deportata ad Auschwitz, dove morì nell’agosto 1942. Fu canonizzata da Papa Giovanni Paolo II nel 1998.

Cercare il cammino da Eva a Maria

Per Edith Stein la femminilità è la chiave per comprendere la capacità dell’umanità di amare e di connettersi col Creatore. Nelle sue ricerche sulla specificità dell’uomo e della donna, e sui loro rispettivi destini, l’uomo e la donna sono votati a riempire in un modo proprio la loro duplice missione. La quale consiste da una parte nell’essere a somiglianza di Dio, dall’altra nell’educare una posterità.




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Per Edith Stein, la donna è chiamata a «cercare il sentiero che porta da Eva a Maria». Ella si vede assegnare la missione particolare di ristabilire «la natura femminile nella sua purità», il cui “archetipo” è la Vergine Maria. I quattro pilastri della femminilità secondo Edith Stein trovano tutta la loro essenza nella più alta delle virtù – l’amore.

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