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Un ex criminale messicano viene ordinato sacerdote… in carcere!

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La storia di Gabirel Everardo Zul Mejía, "padillero" che ha incontrato Dio nel penitenziario dove stava scontando la pena

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Da pandillero, cioè membro di una banda criminale, a ministro di Dio, da detenuto a sacerdote. E’ il singolare percorso del trentacinquenne messicano Gabirel Everardo Zul Mejía.

Lo scorso 28 luglio è stato ordinato a Monterrey dal suo arcivescovo, monsignor Rogelio Cabrera López. E ha chiesto che questo momento così solenne fosse vissuto non nella cattedrale, come per i suoi compagni di seminario, ma dentro le mura di un carcere, quello di Apodaca, tristemente famoso per le condizioni di vita dei detenuti (nel 2012 una rivolta vi causò 38 vittime), come del resto accade in tutto il Messico.

“Convertito”

Amante del calcio e della musica, Gabirel si definisce un «convertito». Dopo un’infanzia difficile a causa del cattivo rapporto con i genitori, il ragazzo è entrato nella rete del crimine organizzato, il “pandillerismo” appunto, trascorrendo anni ed anni in mezzo alle bande, fino a quando è stato arrestato e rinchiuso nel carcere di Topo Chico, nel reparto chiamato “Osservazione”.

L’incontro con il Signore

«Fu proprio lì – racconta il giovane neo sacerdote al Sir (26 luglio) – che è iniziato il mio dialogo con Dio, che iniziai a pregarlo: “Non ti conosco, però so che non mi lascerai qui dentro!”». La detenzione e l’incontro con gli altri carcerati lo hanno aiutato a scoprire la misericordia di Dio: quello che sembrava tempo «perso» è servito invece «ad incontrarmi con me stesso, dare valore a quello che Dio mi permetteva di avere nella casa dei miei genitori, e riconoscere che proprio in una cella ho trovato la libertà», dice lui.

I consigli dei detenuti

La vita del giovane è, dunque, cambiata al punto da prendere la drastica decisione di diventare sacerdote. Un modo per testimoniare agli altri l’amore ricevuto da Dio ma anche dagli altri suoi compagni di cella che, attraverso attenzioni e consigli, si sono presi cura di lui. «Ricordo alcune esperienza che hanno segnato quel momento della mia vita: i fratelli detenuti che ho conosciuto e si sono presi cura di me, mi hanno dato dei consigli… Soprattutto sono stati proprio loro inizialmente a insegnarmi quelle che ora riconosco come opere di misericordia, e attraverso di loro ho scoperto l’amore di Dio», spiega don Gabirel (La Stampa 28 luglio).

I campi di apostolato

Prima di diventare sacerdote ha fatto una lunga gavetta. «Sono stato incaricato di specifici campi di apostolato, in realtà molto concrete dell’azione della Chiesa, come la pastorale vocazionale, la pastorale della salute e, appunto, la pastorale penitenziaria, in due occasioni. In una circostanza, durante il primo anno di Teologia, mi recavo in carcere quasi tutti i sabati. In seguito, quando ho iniziato a vivere nella parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe, due anni fa. In questo periodo ho potuto accompagnare la pastorale penitenziaria, realizzando varie attività sia di carattere liturgico e spirituale, sia promuovendo il dialogo con le famiglie e i figli dei detenuti, sia organizzando varie attività di carattere sportivo e sociale».

La “nuova” pastorale penitenziaria

Ora Don Gabriel vive in un’altra parrocchia e «la mia presenza in carcere è diventata più sporadica, ma ho continuato a fare visita ai miei amici detenuti e a organizzare – conclude – qualche momento d’incontro e di festa».

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