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Ecco cosa ha detto veramente il cardinale Angelo Scola su Papa Francesco

Cardinal Angelo Scola

© Vincenzo PINTO / AFP

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 21/08/18

Il cardinale ha smorzato le polemiche: mai stato contro Bergoglio al Conclave. Ed ha evidenziato punti comuni (e differenze di stile) con l'attuale Papa

E’ in uscita l’autobiografia del cardinale emerito Angelo ScolaHo scommesso sulla libertà“. In alcuni passaggi del libro intervista scritto dal giornalista di AvvenireLuigi Geninazzi, Scola ha parlato di Papa Francesco.

Vediamo come si è realmente espresso dato che nella stampa c’è chi ha letto con un significato profondo quei passaggi, e chi con una vena polemica.

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“Discontinuità nella continuità”

Innanzitutto Scola, sulle differenze tra i pontificati da Paolo VI fino a Francesco, ha parlato di «”discontinuità”» e non «”rottura”». Sono due termini che «non si equivalgono. La discontinuità ha in sé la parola “continuità”. La riforma della Chiesa e il suo cammino nella Storia domandano sempre discontinuità nella continuità. I diversi stili, in particolare di chi guida la Chiesa, sono lo spazio di cui lo Spirito si serve per agire».




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Il presunto scontro al Conclave

Nel Conclave da cui è uscito Bergoglio era circolato che il maggiore avversario dell’attuale pontefice fosse Scola. Che tuttavia aveva già chiarito: «Non ho mai creduto alla possibilità di diventare papa… Devo ammettere però che, sulla base di quel che hanno scritto i giornali, io ho subito una certa emarginazione. Dopo il Conclave sono stato considerato l’avversario che ha perso la sfida con Bergoglio, il cardinale nostalgico dei papi precedenti, l’uomo del passato».

«E tutto questo ovviamente non mi ha fatto piacere» (La Repubblica, 19 agosto).




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Delicato e riservato

L’ex arcivescovo di Milano conosceva e stimava già Bergoglio prima del Conclavo. L’aveva incontrato in Argentina e poi al Sinodo dei vescovi: «Ricordo la delicatezza dei suoi interventi e la serietà e compunzione del suo atteggiamento. Durante le pause delle assemblee rimaneva quasi sempre seduto al suo posto, silenzioso e chino sugli appunti, segno di una personalità molto riservata. Anche per questo sono stato molto colpito dal carattere aperto, gioviale e ironico che ha manifestato da quando è diventato Papa. Ci vedo la conferma della speciale “grazia di stato” che investe l’eletto al soglio di Pietro».

Cardinale Scola
© arcidiocesi Milano

“Salutare colpo allo stomaco”

Secondo Scola che «il comparire di un Papa come Francesco è stato un salutare colpo allo stomaco che lo Spirito Santo ci ha assestato per svegliarci».

Però individua «una cosa che accomuna molti detrattori e anche tanti ammiratori di Papa Francesco: lo squilibrio del giudizio. I primi sono arrabbiati perché Francesco non dice quel che pensano loro. I secondi si ritengono soddisfatti perché Francesco direbbe quel che loro hanno sempre detto e pensato in questi ultimi cinquant’anni, che avrebbero visto il tradimento del Concilio Vaticano II, solo adesso finalmente e pienamente applicato. Le cose non stanno in questo modo».




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I falsi amici del Papa

I falsi amici di Francesco vedono nella sua predicazione un ritorno al puro Vangelo; come se occuparsi dei nuovi diritti, delle neuroscienze, dell’intelligenza artificiale, dell’aborto distogliesse «dall’autentico messaggio di misericordia di Cristo».

Invece Scola pensa che la Chiesa debba portare la sua proposta di vita buona nel dibattito pubblico, e anche nei luoghi dove si prendono le decisioni, dalla Rete al Parlamento.

Differenze e somiglianze con il Bergoglio style

Quanto allo stile, «io non sono tra coloro che hanno cambiato la croce pettorale sostituendola con una di latta per imitare il Papa. Ho tenuto quella che avevo. E ho continuato a presiedere le cerimonie solenni indossando casule preziosissime conservate nel museo del Duomo, come vuole la tradizione»; compreso l’anello «con un bellissimo cammeo che apparteneva al cardinale Schuster».

«Mi sentirei ridicolo se dovessi assumere uno stile, nel senso di comportamento esteriore, che non è il mio». Ma da vescovo di Grosseto «andavo a trovare i malati di Aids, quando ancora questa malattia era sinonimo di terribili sofferenze e di morte sicura. Lo stesso ho fatto con le donne del carcere femminile di Venezia. E nelle periferie di Milano…» (Corriere della Sera, 19 agosto).




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