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Il Coro angelico dei Serafini

MOSAIC OF ANGEL

Sadik Gulec | Shutterstock

THE SERAPHIM: The power of the Seraphim is unimaginable for a human spirit. If they are made of fire, their entire being is constantly consumed by the love and light of God. No living creature, whether spiritual or material, human or angelic, can see God face to face without being destroyed. That is why the Seraphim cover their faces with their wings: despite their power, God's pure energy would destroy them instantly if they contemplated it directly. Even for the highest class of angels, God remains a mystery.

don Marcello Stanzione - pubblicato il 21/08/18

I Fioretti di San Francesco raccontano con letizia infinita il colloquio del monaco e dell’angelo, che gli chiede se è pronto a ricevere tutto quello che l’Amore gli darà. E come Francesco, beninteso, accetta, le piaghe del Crocifisso si vanno miracolosamente a imprimere nelle mani, nei piedi e nel costato del Poverello. La sofferenza fisica è atroce, ma essa si accompagna ad una gioia e ad un ardore che non sono più di questo mondo.
Fuoco ardente, l’angelo che incontra Francesco non potrebbe essere che un Serafino. Tre anni prima, nel 1221, Francesco e alcuni dei suoi frati avevano intrapreso il pellegrinaggio al grande santuario micaelico dell’Italia meridionale, la basilica sul monte Gargano in Puglia. La devozione di Francesco verso Michele era così grande che, preso da scrupoli, il Povero di Assisi non si era giudicato degno di entrare nella chiesa dell’arcangelo… I suoi frati, stupefatti, lo avevano ritrovato al mattino prosternato sul pavimento dove aveva passato la notte.
Il Serafino del monte Verna, è San Michele? La visione di Francesco è suscitata dalla sua fede e dal suo amore? La scienza moderna ha abbondantemente constatato sugli stigmatizzati contemporanei che l’autosuggestione non basta, nello spiegare le stigmate, non potendo provocare simili lesioni cutanee, né emorragie comparabili.
Più stupefacente ancora, le ferite di certi mistici sono così gravi che è medicalmente impossibile comprendere come essi non muoiano in alcuni minuti…

Carmelo d’Alba de Tormés, provincia di Salamanca, 4 ottobre 1582. La madre Teresa Sanchez Cepeda y Ahumada soccombe al cancro di cui soffriva da alcuni anni. Nessuno prova più verso la Riformatrice dell’Ordine i dubbi e i sospetti che circondavano gli inizi del suo compito. La santità di Teresa è ormai chiara davanti al mondo. In queste ore che seguono la sua morte ci si disputa le sue reliquie. Non ha fondato sedici conventi che si giudicano tutti in diritto di ricevere le sue spoglie? Il corpo di Teresa che, a dire dei testimoni, spande un profumo meraviglioso e affatto cadaverico, sta per disseccarsi. Il cuore della superiora viene estratto: i medici e le persone presenti tacciono, rapiti: il cuore di Teresa porta, perfettamente visibile, una ferita come quella di un colpo di lancia. (Il cuore di Santa Teresa d’Avila è conservato nel Carmelo di Alba, intatto; la ferita misteriosa è sempre apparente e imbarazza ogni spiegazione medica. N.d.R.). Una ferita di cui la carmelitana soffriva senza che fosse visibile. La cosa era iniziata in modo singolare.

“Il Signore volle a più riprese che io avessi questa visione: vidi un Angelo vicino a me, dal lato sinistro, sotto forma corporale, cosa che non mi accade che da un miracolo straordinario. Benché, spesso, degli Angeli mi appaiano, io non li vedo, se non da una visione intellettuale […]. Questa visione, il Signore voleva che io la vedessi così ; egli non era molto grande, piuttosto piccolo, bellissimo, il volto talmente infiammato che sembrava essere un Angelo di un rango molto elevato, di quelli che non sono che fuoco. Deve essere di quelli che si chiamano Cherubini, perché non dicono il loro nome. Ma, io vedo bene che, in cielo, vi è una tale differenza da un Angelo all’altro e da questi a quelli, che non saprei dirlo. Io lo vedevo, nelle mani, un lungo dardo che era d’oro, con una punta di ferro che mi sembrava avere un poco di fuoco. Mi parve che egli lo immergesse nel cuore, a più riprese, e che questo dardo mi penetrasse fino alle viscere. Estraendolo, mi sembrò che mi trascinasse con lui e che mi lasciasse tutta infiammata da un grande amore di Dio. Il dolore era così forte che mi produsse i gemiti che ho detto. E così eccessiva era la soavità che poneva in me questo estremo dolore che non si vorrebbe che fosse terminato, e che l’anima non può accontentarsi che in Dio. Non è un dolore corporale, ma spirituale, benché il corpo non lasci di parteciparvi, e anche abbastanza duramente. È una carezza così soave tra l’anima e Dio, che io supplico la Sua bontà di farla gustare a quelli che penseranno che io menta” (Santa Teresa d’Avila, Autobiografia).

Non giungendo le pretese spiegazioni psicanalitiche, che fanno allusione a un delirio erotico e all’autosuggestione, a fornire una spiegazione a questa piaga reale e constatabile, occorre ammettere che Teresa ha avuto la visione di un angelo. La sua descrizione di uno spirito ubriaco dell’amore divino tenderebbe a lasciar credere che si trattasse di un Serafino anziché di un Cherubino.


ARK

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Questo tipo di fenomeno mistico, detto transverberazione, non costituisce per nulla un caso unico. L’esempio più recente, e dei meglio studiati, è quello di Padre Pio, morto solamente nel 1968, stigmatizzato e transverberizzato.
La devozione che portava il sacerdote cappuccino agli angeli, di cui era familiare, e particolarmente a San Michele – il monte Gargano non è che a una trentina di chilometri da San Giovanni Rotondo, il convento di Padre Pio -, la sua tenerezza verso San Francesco, suo Santo patrono (al secolo, Padre Pio si chiamava Francesco Forgione e i Cappuccini sono un Ordine francescano), hanno spinto parecchie persone a chiedergli se questi fenomeni erano ugualmente di origine serafica. Padre Pio fa allusione a un essere di luce di cui egli non precisò mai se era un angelo; per contro, affermò sempre aver ricevuto le stigmate direttamente dal grande crocifisso dell’altare, alla fine della sua Messa del 20 settembre 1920 (questo non impedisce a molti di attribuire le stigmate a un Serafino, fabbricando così, più o meno coscientemente, un doppione della stigmatizzazione di San Francesco…). In conclusione Serafino, dall’ebraico saraph: bruciare.

Serafini: compiti e invocazioni

Questo è il primo coro della gerarchia suprema degli angeli. Il nome Serafino è la forma plurale della parola; la singolare è Serafo. Questo nome è presente solo due volte nella Sacra Scrittura. Si trova nel sesto capitolo di Isaia dove essi vengono descritti mentre si trovano presso il Trono dove il Signore è seduto, ognuno ha sei ali, e cantano costantemente l’inno di gloria: santo, santo, santo. La descrizione dataci qui dal profeta, il loro vero nome, che significa «coloro che ardono», la loro posizione presso il Trono dell’Altissimo Dio, l’atto di purificare le labbra del profeta col fuoco (un carbone vivo preso dall’altare) sono tutte circostanze che in una forma sensibile rivelano la posizione elevata dei Serafini nella Corte del cielo. “Io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato, e i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali: con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi, e con due volava.”

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angeli
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