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Stile di vita

Alla ricerca del tempo perduto: i benefici dello slow life style

SLOW LIFE

Austin Schmid/Unsplash | CC0

Axelle Partaix - pubblicato il 17/08/18

Prendersi del tempo non significa perdere del tempo. Il fatto che i movimenti slow emergano testimoniano una vera volontà di rinsaldare i vincoli con la semplicità, di essere attenti a sé e agli altri e, in ultima analisi, di passare dal versante materiale a quello spirituale della vita.

Nel 2011 usciva Time Out, film americano di Andrew Niccol, nel quale dopo i 25 anni gli uomini, geneticamente modificati, non invecchiano più, ma sono allora costretti a “guadagnare” del tempo per restare in vita. Un mondo nel quale il tempo ha non soltanto rimpiazzato il denaro, ma è pure divenuto vitale…

Se fortunatamente lo scenario rileva della fantascienza, è vero che la vita quotidiana di molti fra noi si apparenta spesso a una corsa contro il tempo che parte col suono della sveglia e non ci lascia che qualche minuto alla sera, quando ci si accascia sfiniti sul divano, o più frequentemente davanti a uno schermo.




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E non è solo a causa della vita professionale che subiamo questa pressione: siamo capaci di infliggercela anche da noi stessi! Guidiamo veloce, mangiamo velocemente del cibo preparato in fretta, corriamo da una parte all’altra e ci spazientiamo davanti a tutto ciò che ci rallenta – persone anziane, maldestre, smarrite… o il nostro computer se per caso “macina” un poco. Senza comprendere che la tecnologia, che noi presumevamo dovesse liberarci del tempo, al contrario ce ne sta facendo perdere e ci sottomette alla sua dittatura.

Culto della prestazione, dipendenza da strumenti digitali, frenesia di attività finiscono per ridurre la nostra vita al deprimente circolo “corri, lavora, dormi”… Anche i bambini non sono risparmiati: alcuni fra loro hanno un’agenda simile a quella di statisti, con i loro “genitori elicottero” che costantemente planano su di loro programmando una sequenza di attività sportive, artistiche o culturali destinate – secondo loro – alla realizzazione e alla riuscita della loro progenie.




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Questo ritmo a 100 all’ora finisce per consumarci dall’interno e porta con sé malessere, sensazione di alienazione dalla propria esistenza e uno stress che può rivelarsi tossico se non gli si pone un argine. È davvero questa la vita che sognavamo per noi e per i nostri figli?

Rallentare, approfittare, ritrovarsi

In controtendenza rispetto a questo ritmo sfrenato, da diversi anni si sviluppano i movimenti slow. Iniziati nel 1986 con lo slow food («mangiare bene, pulito e giusto») in opposizione al fast food e all’invasione del junk food, il fenomeno da allora si è largamente sviluppato e si declina ormai in numerosi dominî. Si parla di turismo slow, cosmetica slow, educazione slow, slow parenting, slow shopping e slow management, lavoro slow e la lista potrebbe continuare… Lo slow life style ha pure la sua “giornata internazionale” (il 21 giugno) e le sue città, le cittàslow o “città del ben vivere”. Tutti questi movimenti hanno in comune la tendenza a frenare il ritmo a vantaggio della qualità della vita, per poter assaporare il presente, essere attenti a sé e agli altri, semplicemente prendersi il tempo di vivere.

Un radicale rimettere in discussione

Non si tratta semplicemente di rallentare per rallentare. Se il corpo, sovrastimolato, è il primo a trarne beneficî, il richiamo alla lentezza è anche un appello alla riflessione. In controtendenza rispetto agli imperativi di prestanza e di efficacia, la lentezza invita a rivedere le priorità, a prendersi del tempo per sé e darne agli altri; a saper osservare quel che ci sta attorno per apprezzare il mondo nel quale viviamo, fare bene le cose e tornare a valori semplici (e per i geek, mettere da parte il virtuale a vantaggio del reale). È una vera rivoluzione dolce, che seduce sempre più persone e vuole provare che l’accelerazione del tempo non è una fatalità ineluttabile.

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