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“All’inizio è come vincere la lotteria”. Ecco come una setta cambia il tuo cervello

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L'ex modella Renee è rinata dopo essere uscita dall'incubo della psico-setta

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 16/08/18

In comune, evidenzia la psicologa, «hanno tutti due aspetti, la fragilità e l’isolamento. Spesso ad aprire le porte di una setta è un momento di debolezza: un lutto in famiglia, la separazione dal coniuge, una malattia».




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“Può succedere a ciascuno di noi”

La fondatrice del Centro studi abusi psicologici Lorita Tinelli ormai conosce il meccanismo: «I santoni si avvicinano alle persone in difficoltà. Sanno rispondere al loro bisogno di essere ascoltate e comprese, alla ricerca di un senso di appartenenza». È l’aspetto più preoccupante della vicenda. Nessuno è al riparo dal rischio. «Può succedere a ciascuno di noi. Tutti attraversiamo momenti in cui siamo più fragili».

Le psicosette

Intanto il fenomeno sta lentamente cambiando forma. Fino a pochi anni fa la minaccia più diffusa era rappresentata dalle sette di carattere religioso. Negli ultimi tempi, invece, hanno iniziato a diffondersi nuove forme di aggregazione, le psicosette. «Il bisogno di spiritualità – continua Tinelli – incontra una risposta di tipo diverso: si propongono tecniche veloci di apprendimento, sviluppo della memoria, potenziamento della propria anima».

I riferimenti spariscono, per certi versi il pericolo è persino maggiore. «Chi entra in una setta satanica sa già cosa lo aspetta – continua la fondatrice del Cesap – Chi entra in una psicosetta non è quasi mai a conoscenza delle finalità dell’organizzazione» (L’inkiesta, 16 gennaio 2016).




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Dominanti e alternative

Su questo cambiamento delle sette, evidenziava il Cesnur, nel febbraio 2012 un importante saggio del sociologo David G. Bromley e del già citato J.Gordon Melton ha proposto di distinguere le religioni e i movimenti sulla base del grado maggiore o minore di “alignment”, cioè di congruenza con i valori dominanti nella società, in dominanti, “settarie” – sectarian, espressione che in inglese non ha un valore particolarmente spregiativo – alternative ed emergenti.

Le religioni dominanti hanno acquisito questo status dopo decenni di rapporti non sempre idilliaci, ma ultimamente collaborativi con le istituzioni. Le religioni “settarie” non hanno gravi contrasti con le istituzioni sociali, ma a causa di peculiarità teologiche, non sono considerate ortodosse dalla loro tradizione religiosa di origine.

Le religioni alternative sono quelle dominanti in altre società, ma che hanno difficoltà a essere pienamente accettate quando – grazie a immigrati o a convertiti – si trasferiscono in un’altra area geografica: è il caso dell’induismo o del buddhismo in Occidente.


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“Emergenti”

Le religioni “emergenti” infine costituiscono quel gruppo disparato e residuo di denominazioni e movimenti che hanno un grado molto basso di alignement con i valori e le istituzioni dominanti (cfr. D. Bromley – J. G. Melton, “Reconceptualizing Types of Religious Organization: Dominant, Sectarian, Alternative, and Emergent Tradition Groups”, Nova Religio: The Journal of Alternative and Emergent Religions, vol. 15, n. 3, febbraio 2012, pp. 4-28). L’espressione “religioni emergenti”, usata del resto nella stessa testata della rivista specializzata che ha ospitato il saggio, ha certo il vantaggio di non implicare alcun giudizio di valore. Ma neppure questa risolve, evidentemente, tutti i problemi, e gli autori ammettono che le religioni e i movimenti nella loro storia si spostano, talora molto rapidamente, da una casella all’altra.


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Un confine sottile

Dove si situa il confine fra “nuove” – o “emergenti” –e “vecchie” religioni è infatti sempre meno chiaro: gli Hare Krishna, per esempio, sono una forma contemporanea di un movimento devozionale indiano cinquecentesco o un nuovo movimento religioso? Dopo quanti anni o secoli di vita religioni che contano svariati milioni di aderenti come Tenrikyo, i mormoni o i Testimoni di Geova devono smettere di essere chiamate “nuove”?

Se si considerano “nuove” le religioni nate nell’Ottocento, perché non sono invece “nuove” quelle di origine settecentesca? Alcuni degli autori di quest’opera hanno suggerito, almeno in Occidente, di intendere “nuovo” in senso dottrinale e non meramente cronologico: ma quanti sociologi della religione, legati a un accostamento laico e value-free, sono disposti ad adottare criteri di carattere dottrinale in cui potrebbero nascondersi valutazioni teologiche?

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sette religiose
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