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Nessun accordo con gli scafisti. Così sono cadute le inchieste contro le navi delle Ong 

AFP/EAST NEWS
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Salvano le vite dei migranti che attraversano il Mediterraneo sui barconi, e non c’è alcuna prova di legami con i trafficanti libici di essere umani. Procura per procura, ecco come stanno le indagini

Associazioni a delinquere in combutta con i trafficanti di essere umani o ancore di salvezza per migliaia di migranti? Le navi delle Ong presenti nel Mediterraneo sono da un anno al centro di dibattiti velenosi che si sono ormai spostati da internet e tv alle aule di tribunali.

Erano quattro le inchieste a carico delle Ong che salvano i migranti nel canale di Sicilia. Tutte accusate di essere legate agli scafisti libici e condividere con loro un business sporco. Ma ad oggi di indagini ne sopravvivono due: una (Catania) si avvia all’archiviazione; l’altra (Trapani) ha derubricato l’associazione per delinquere all’ipotesi di irregolarità allo scopo di ‘commettere’ salvataggi.

Le procure di Palermo e Ragusa, invece, hanno già archiviato, concludendo che non ci sono stati reati. Avvenire (14 agosto) fa un’interessante ricostruzione delle inchieste in corso, Procura per Procura. Ecco come stanno le cose

1) Catania

Il procuratore Carmelo Zuccaro ipotizzava a carico della Ong Open Arms il reato di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione illegale. Era il 13 agosto 2017 – da quando Il Fatto Quotidiano pubblicò la notizia che la procura di Catania indagava sul ruolo delle Ong nel Mediterraneo. Un anno dopo, per quanto risulta a Il Fatto (12 agosto), quel fascicolo sembra destinato inesorabilmente all’archiviazione. E per molti motivi.

Il più importante: non è stato trovato alcun riscontro alle accuse. O meglio: nel fascicolo non è potuto confluire nulla, di quel po’ che è stato riscontrato, che sia possibile sostenere in un processo.

Metodi “sperimentali”

Il punto, infatti, è che gli investigatori stanno utilizzando metodi di indagine “sperimentali” che non pare possibile produrre in giudizio: le intercettazioni via etere – avvenute con strumenti utilizzati in ambito militare – necessitano di essere ulteriormente “blindate” per poter certificare senza ombra di dubbio l’identità degli interlocutori. Se non bastasse, sono state realizzate in acque libiche.

Difficile considerarle valide sotto il profilo probatorio: per quanto risulta al Fatto di questi (pochi) riscontri nel fascicolo non v’è traccia. La campagna del governo sulle Ong, il codice di condotta richiesto da Minniti, l’ulteriore indagine di Trapani e le polemiche di quei mesi, infine, ottengono l’effetto politico desiderato: gran parte delle Ong in quei mesi lascia il Mediterraneo a ridosso della Libia. Risultato: per la procura di Catania c’è poco da intercettare. Resta qualche indizio. Prove, zero.

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