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Strage nel club gay di Orlando, un superstite: ora “la mia identità è Gesù”

Public Domain
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Nel giugno 2016, almeno 50 persone persero la vita all’interno del club gay Pulse di Orlando. Nonostante vennero immediatamente indicati come mandanti morali gli “omofobi” difensori della famiglia – tra cui Papa Francesco – nelle ore successive emerse che l’attentatore, Omar Mateen, era un noto gay e frequentatore del Pulse, arrabbiato per come «si sentiva usato» in quel locale.

In seguito alla tragedia, una delle persone omosessuali superstite, Angel Colónannunciò un radicale cambio di vita, ritornando a frequentare la parrocchia dove era solito cantare nel coro.

Poco tempo fa, un altro superstite della strage di Orlando ha fatto un annuncio, ben più scioccante. Ha maturato la convinzione che Dio abbia tratto dal male di quella notte, commesso dall’attentatore, un bene maggiore, un moto di pentimento che ha inondato la sua vita per come l’aveva vissuta fino ad allora. In una intervista, Luis Javier Ruiz ha infatti raccontato il suo abbandono dell’omosessualità, dopo trent’anni di vita Lgbt.

Aveva fatto coming out durante le scuole superiori, il giorno del compleanno della madre. Stavano ascoltando un programma radiofonico in cui un predicatore si scagliava contro i gay, dicendo che sono “un abominio” e “destinate all’inferno”. Fu un’esperienza talmente brutta per Luis Javier che, per reazione opposta, trovò il coraggio di guardare sua mamma e dire: “Sai una cosa? Tuo figlio è gay”.

Ha rotto i rapporti con i suoi genitori e si è trasferito in Florida, immergendosi nello stile di vita gay: droga, sessualità compulsiva, eccessi e festini. Già emerso tutto anche in Italia in occasione dell’omicidio di Luca Varani. Fino all’11 giugno 2016 quando, in occasione del compleanno di un amico, si recarono al Pulse. Proprio la notte dell’attentato che spezzò decine di vite. E’ rimasto ferito mentre tanti suoi amici morirono.

Come gli altri superstiti, venne sottoposto al test dell’AIDS e risultò positivo. Fu la goccia che lo portò quasi al suicidio, fermandosi in tempo per riflettere su come stava conducendo la vita. «Mi scoprì malato, depresso e ferito», ha riferito. La preghiera a Dio sgorgò naturale, una richiesta di liberazione. Offrì tutto per questo, compresa la sua sessualità: «Sono gay, Dio», disse pregando. «Ecco come mi stai prendendo, prendimi per come sono, portami dove vuoi». Oggi ricorda: «Gli diedi la mia omosessualità, la mia dipendenza dalla pornografia, tutto». Con questa rinnovata coscienza di figliolanza, la vita è lentamente rinata.

Oggi, distanza di due anni, Ruiz è membro della comunità Freedom Marches, fatta da persone come lui, che hanno abbandonato lesbismo, omosessualità e transgenderismo, impegnate a testimoniare il cambiamento possibile girando tutta l’America. Yes we can, ripete, citando il motto di Barack Obama. «Sì, possiamo uscire dall’omosessualità, dalle dipendenze, da qualsiasi cosa», annunciando una strada di uscita, più felice. Libera dal peccato: «Dio ci chiama alla purezza», afferma. Ruiz

«Potevo essere la cinquantunesima persona uccisa», ha concluso. «Ma Dio aveva qualcos’altro in riserbo per me quella notte. Sono grato perché ora posso condividere la mia storia di speranza, la mia storia per il mondo, far sapere alle persone che c’è un Dio che cambia e che può trasformare le loro vite».

L’articolo originale tratto da Unione Cristiani Cattolici Razionali

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