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Quale tipologia biblica di molesto sei?

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di Christian Albini

Secondo Voltaire, siamo tutti impastati di errori e debolezze, per cui la prima legge di natura è perdonarci reciprocamente le nostre balordaggini. Eppure, questo principio pare non avere buon corso nei rapporti umani, che oggi sembrano particolarmente difficili e conflittuali. È il caso delle persone moleste, di cui ci vogliamo occupare. Per affrontare la nostra riflessione dobbiamo innanzitutto capire chi esse sono.

Con l’aggettivo molesto si intende normalmente colui che provoca fastidio e danni, che è sgradito e sgradevole, difficile da sopportare. Deriva dal latino e ha la stessa radice di moles, il cui significato è «mole», «massa», «peso», ma anche «pericolo». Le persone moleste sono perciò coloro che «ci pesano addosso» e che percepiamo come irritanti o addirittura minacciose. Il punto è da che cosa dipenda la nostra percezione. All’interno di questo orizzonte di significato possiamo individuare almeno quattro categorie di persone che vi si collocano. Ciascuna può essere associata a un episodio biblico, a riprova di come la Scrittura rispecchia e legge la nostra umanità e la nostra vita.

Abbiamo innanzitutto i molesti «dannosi», quelli che procurano disagio: prendono, invadono, opprimono, addirittura feriscono, perché non sono capaci di rispetto e considerazione per gli altri. Giobbe, emblema dell’uomo prostrato dalle sofferenze, definisce «consolatori molesti» (cfr. Gb 16,2b) quegli amici che, con la loro pretesa di illustrargli la ragione delle sue disgrazie, non gli portano alcuna consolazione, ma ulteriore tormento.

Ci sono poi i molesti «scomodi», che disturbano i nostri privilegi e svelano i nostri egoismi e ipocrisie con le loro richieste che sono fondamentalmente richieste di giustizia. Ne è un esempio la parabola del giudice disonesto e della vedova che lo infastidisce (cfr. Lc 18,1-8).

Inoltre, vi sono dei molesti che potrebbero essere definiti «provocatori», i quali ci disturbano con la loro sola presenza, con la loro stessa esistenza che costituisce un appello alla nostra responsabilità. Sono i marginali, gli scartati che ci turbano, a volte ci disgustano, e che vorremmo fossero invisibili. È il caso del cieco di Gerico che tutti volevano tenere lontano da Gesù, il quale si sofferma invece con lui (cfr. Mc 10,46-52).

Infine, ci sono coloro che potremmo chiamare i molesti «detestabili»: li consideriamo tali in quanto diversi per la loro identità, le loro convinzioni, i loro comportamenti. In genere si tende a ignorarli, a scansarli, ma c’è chi prova nei confronti della diversità un rifiuto tanto viscerale da spingersi fino a un’ostilità aggressiva. Un esempio di persona molesta «detestabile» è la donna che, durante un banchetto a cui era stato invitato Gesù, desta scandalo perché lo tocca bagnandogli i piedi con le lacrime e asciugandoli con i propri capelli (cfr. Lc 7,36-50). Il padrone di casa, il fariseo Simone, non riusciva ad ammettere che un uomo di Dio avesse una tale confidenza con una nota peccatrice.

Allargare lo sguardo

La tipologia che abbiamo abbozzato ci presenta una sorta di ribaltamento. Se sentiamo nominare le persone moleste, infatti, il nostro primo pensiero è quello di immaginarle come figure negative che ci creano problemi. Questo perché istintivamente tendiamo a fare del nostro vantaggio e del nostro gradimento la misura di tutto ciò che è bene e male. Figure del genere certamente esistono, sono persone che purtroppo incontriamo quasi tutti i giorni nei luoghi della convivenza. Adottando, però, una prospettiva più ampia, ci possiamo accorgere che a volte consideriamo molestie i segnali di un male subito da altri, del quale addirittura potremmo essere corresponsabili.

«Fare misericordia» in questo senso, allora, tocca una vasta gamma di relazioni umane private, civili, pubbliche, e si sviluppa lungo due direttrici:in primo luogo, si tratta di affinare e convertire il nostro sguardo per distinguere le molestie «dannose» da tutte le altre; poi, si tratta di saper vivere e abitare tutte queste relazioni cercando di costruire comunione, incontro, condivisione. Lo stile ci viene indicato da una lettura attualizzata degli altri vocaboli che compongono la formulazione tradizionale di quest’opera di misericordia spirituale: il sopportare e la pazienza. La misericordia è una vera e propria arte di vivere e di amare e nell’accezione che qui esploriamo si configura come un educarci allo stare insieme. «Nessun uomo è un’isola, in sé completa: ognuno è un pezzo di un continente, una parte di un tutto», dice un passo del poeta John Donne, dal quale il monaco Thomas Merton ha tratto il titolo di una sua celebre opera.

L’umanità è relazione: è una realtà che Gesù esprime attraverso il comandamento di amare il prossimo come sé stessi. Possiamo arrivare a comprenderlo razionalmente, ma molte relazioni che sperimentiamo sono di fatto difficili e urtanti.

Il rapporto con coloro che sentiamo come un peso, nella prospettiva cristiana, è riconducibile alla questione di amare chi non è amabile, che Merton affronta su un piano spirituale. È possibile amare i molesti? E come? Risulta impossibile se ci adoriamo segretamente, se siamo preda di una sorta di idolatria di noi stessi che ci impedisce di vedere con obiettività i nostri limiti ed enfatizza quelli altrui. La chiave è capire che non siamo «come dei» e che nessuno si aspetta questo da noi. «Ci vedremo creature umane come tutti gli altri; scopriremo di avere tutti debolezze e deficienze e che queste nostre limitazioni hanno una parte importantissima nella vita di ognuno di noi. Proprio per queste deficienze abbiamo bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di noi e poiché non abbiamo tutti le stesse debolezze, possiamo aiutarci e completarci a vicenda, supplendo l’uno a quel che manca all’altro».2

Quando riusciamo a guardarle con verità e onestà, le nostre ombre possono sembrarci anche più oscure di quelle altrui. Spesso le ignoriamo e distogliamo lo sguardo perché non le sappiamo accettare. Nella nostra vita spirituale, però, possiamo fare esperienza di uno sguardo che ci precede e si posa su di noi, ci accoglie con le nostre ombre e ci trasmette la fiducia che i nostri pesi siano portati con pazienza. Questa stessa fiducia ci educa e ci incoraggia a sostenere i pesi degli altri. Si impara così a stare insieme, a «vivere con», atteggiamento che sembra una delle fatiche più grandi nella nostra cultura, così propensa a rifugiarsi nel guscio del privato e delle relazioni più strette. «Sopportare pazientemente le persone moleste» equivale a vivere con gli altri e non senza, includerli nel nostro orizzonte di vita e non rimuoverli.

I molesti «dannosi»

Il prossimo è sempre qualcuno che non ti aspetti. Lo incontri o ti viene incontro sulle strade di ogni giorno. Così anche i molesti. Sono pure loro un’occasione per «farsi prossimi», seppure poco piacevole per noi. Tra le categorie che abbiamo elencato, questo vale soprattutto per coloro che in qualche misura ci feriscono o ci danneggiano con un comportamento invadente o addirittura nocivo.

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