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La faccia sconosciuta e miracolosa dell’empatia

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Silvia Lucchetti - pubblicato il 06/08/18

Il rapporto fra empatia ed aggressività

Le ricerche effettuate a questo proposito evidenziano una relazione sostanzialmente inversa fra empatia ed aggressività nelle sue varie forme, compreso il crescente fenomeno del bullismo, oggi appannaggio anche di molte ragazze: ma in che modo avviene ciò? Come sottolineato dagli autori nel loro capitolo dedicato allo specifico tema, entrambe le componenti, intellettuale ed affettiva, dell’empatia giocano un ruolo essenziale. Se adottiamo la prospettiva di un’altra persona, specialmente quando coinvolti in un frangente conflittuale o potenzialmente tale, riusciamo ad avere una maggiore comprensione e tolleranza della sua posizione, rendendo così meno probabile l’emergere di un comportamento aggressivo, o moderandone la portata. Ad esempio riflettere che, quando il nostro collega ha una brutta giornata a casa risponde sgarbatamente a tutti sul lavoro, può evitare interpretazioni errate del suo comportamento scontroso tenuto con noi (mi ha risposto male per cui ce l’ha con me), e di conseguenza reazioni nei suoi confronti che porterebbero ad una pericolosa escalation. Osservare le conseguenze dolorose di un comportamento aggressivo dovrebbe far scattare angoscia in uno spettatore con sufficiente empatia, anche – e forse ancor di più – quando fosse egli stesso motivo della sofferenza altrui. Il genitori sufficientemente empatico che a ragione rimproverasse duramente suo figlio, e lo vedesse ferito dalle sue parole, si sentirebbe “stringere il cuore” e si scuserebbe (o almeno avrebbe l’intenzione di farlo) per aver ecceduto, ripromettendosi di essere più contenuto per il futuro. Vediamo la scena anche da un altro versante: se mentre questo genitore spiega animatamente al ragazzo perché ha sbagliato, costui si dimostrasse del tutto indifferente (magari ritenendo immotivata la reprimenda, ma dimostrando così scarsa empatia), è molto probabile che il rimprovero diventerebbe più aspro con conseguenze peggiori.




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Empatia e bullismo

Di fronte al dilagare dei fenomeni del bullismo nelle sue varie forme, viene da chiedersi come riesca un bullo a continuare ad umiliare e perseguitare la sua vittima pur osservandone la sofferenza e il danno che le provoca. Gli studi effettuati evidenziano come i bulli siano bambini o adolescenti con capacità empatiche ridotte rispetto al resto dei compagni. Essi pertanto quando vedono la loro “preda” impaurita e sofferente non ne condividono il dolore, per cui le loro condotte aggressive non vengono contenute, ma addirittura si rafforzano.

Si può educare all’empatia

Pur essendo l’empatia una caratteristica psicologica con basi genetiche e sviluppo all’interno del contesto familiare, nella auspicabile prospettiva di un ulteriore incremento successivo si avverte sempre di più l’esigenza di integrare i classici programmi scolastici con l’educazione affettiva (che non ha nulla a che vedere con la cosiddetta educazione sessuale) di cui l’empatia è una componente essenziale. Perché fra queste abilità l’empatia risulta centrale? Ci sono almeno due motivi fondamentali: essa è in grado di influenzare i comportamenti sociali sia incentivando gli atteggiamenti di aiuto che moderando le condotte aggressive; inoltre è in grado di contribuire ad accogliere favorevolmente persone di etnia e cultura diverse dalla nostra contrastando i pregiudizi. Molti sono i programmi scolastici proposti per incrementare l’empatia dove risultano comunque determinanti le qualità personali del formatore che li veicola. E’ appena il caso di sottolineare per i non credenti, ma può essere utile anche per chi si professa cristiano, che l’insuperabile Maestro di empatia è Gesù Cristo, rappresentando il Vangelo il più mirabile inno e “programma” di vita a mettersi nei panni del prossimo e sostenerlo nelle sue necessità, rispettandone in modo assoluto l’unicità.




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