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In ginocchio nella notte per chiedere perdono

SANTUARIO MATERDOMINI
Public Domain
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Per la festa dell’Assunta i fedeli giungono al santuario di Materdomini per ricevere l’indulgenza plenaria e pregare davanti all’icona della Madonna

 di Nicola Nicoletti 

È terra verace quella dell’Agro nocerino-sarnese: campi di pomodori, verdure e la fede semplice di un popolo che, nella notte tra il 14 e il 15 agosto, si riversa nella basilica di Materdomini. Siamo a Nocera Superiore, un Comune situato nell’area nord della provincia di Salerno, una terra in cui hanno hanno vissuto santi famosi come sant’Alfonso de’ Liguori e san Gerardo Maiella.

In un luogo in cui la tradizione è ancora ben piantata e dove anche i giovani riescono a vivere la fede ricevuta dai loro vecchi, non poteva mancare il ricordo di Maria, la Madre del Signore (Mater Domini, appunto). Famiglia, preghiera e devozione mariana si concentrano per la vigilia dell’Assunta quando, dopo la calura della giornata, giungono dalle diverse province campane i fedeli per cantare e pregare nel piazzale della basilica, che è tra le più antiche della regione.

UNA FEDE GENUINA
Non sono più in tanti quelli che arrivano con i carretti e con gli animali addobbati con fiori di carta, «oggi sostituiti dalle auto», spiega un venditore ambulante, ma si vedono uomini e donne camminare sulle ginocchia e recitare il rosario ai piedi dell’altare. «È una fede genuina, semplice», spiega padre Valerio Molinaro, rettore del santuario.

I fedeli ringraziano Maria per i frutti della terra e si confessano con i Frati minori francescani che da anni custodiscono il santuario, dopo che l’ordine degli Umiliati e poi i seguaci di san Basilio hanno guidato la comunità. «La riconciliazione è uno dei motivi per cui arrivano da Salerno e Napoli», chiarisce padre Valerio. «Giungono fino a qui per fare pace con Dio e rimettersi in marcia per affrontare la prove della vita (evento celebrato donando un ramoscello alla Vergine durante la festa del Majo)».

Il fresco della notte ci accompagna assieme ai fedeli pronti per l’appuntamento con Maria. Il ritmo di nacchere e tammorre è una coinvolgente colonna sonora con canti dialettali che raccontano gioie e dolori della vita e della fede di un popolo.

TUTTI I PROFUMI DELLA FESTA
Prima di entrare nella chiesa, addobbata per la solennità, un profumo ci assale. Si tratta di un altro elemento di una festa fatta di preghiera, musica e raccolto: è la “palatella”, un panino con melanzane sotto aceto e alici salate.

Nella basilica l’atmosfera di fede antica è immediata. Ascoltiamo una nenia recitata dai fedeli, un canto appassionato in napoletano, con le parole usate dagli antenati dei pellegrini arrivati in questa piazza piena di luci e con mille riproduzioni del quadro della Madonna, onnipresente in cortili e case.

La tradizione riferisce che nel 1041 una contadina sognò la Vergine, che le chiese di invitare la popolazione a scavare sotto la quercia alla cui ombra stava riposando, per trovare la sua immagine. La donna, Caramari (cara a Maria), non diede peso alla visione. Il sogno si ripeté e stavolta un uomo le disse di ubbidire alla Madonna. La contadina si decise poi a parlare del sogno in cui la Madonna, accompagnata da due ragazze, chiedeva di cercare il quadro. Nel sogno lasciò cadere una pietra dal suo anello. Poco dopo la donna divenne cieca. Trovato l’anello, Caramari recuperò la vista, gli scavi ripresero e tra i ruderi venne fuori l’immagine della Madonna oggi pregata nella basilica neoclassica, punto di riferimento per tanti fedeli.

L’ICONA DI CASTAGNO
«Trattasi di due tavole di legno di castagno, già adibite a uso di botte da vino. Aderente alle tavole, mercé colla, forse di carnicci, e inchiodata all’intorno, è la rozza tela, convenientemente ingessata. Il dipinto è a tempera, i cui ingredienti erano, oltre i colori, il tuorlo d’uovo ed il lattificio di fico». Così nel 1950 lo storico Matteo Rescigno descriveva l’icona. Padre Egidio Siviglia ci accompagna nel santuario ricco di marmi e impreziosito dai dipinti del Solimena.

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