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Caso “Romanones”: erano innocenti, ma ora chi ripara il danno provocato?

POPE FRANCIS

UN Photo-Rick Bajornas-(CC BY-NC-ND 2.0)

Salvador Aragonés - pubblicato il 03/08/18

Il Papa ha ricevuto i tre sacerdoti spagnoli assolti dall'accusa di pederastia dalla giustizia civile e ha chiesto loro perdono

Papa Francesco ha chiesto perdono in tre occasioni ai tre sacerdoti coinvolti nello scandalo più grande di presunta pederastia in Spagna, noto come quello del “clan Romanones”. Dopo due anni e mezzo di indagini da parte dell’ufficio del pubblico ministero e della magistratura, il tribunale giudicante li ha dichiarati innocenti, in particolare quello che era definito il “capoclan”, padre Román, parroco della parrocchia di San Giovanni Maria Vianney.

Perché il Papa ha chiesto perdono? Tutto è iniziato quando un ragazzo di 24 anni, che è stato chiamato “Daniel” – un nome di fantasia –, ha scritto al Papa denunciando di essere stato vittima di abusi sessuali e violenza da parte del “capoclan”, padre Román V., 61 anni, e di essere stato toccato come altri chierichetti da tre sacerdoti e un laico, professore di Religione.

Il Pontefice gli ha risposto dicendogli di denunciare i fatti alla giustizia e all’arcivescovo di Granada, Francisco Javier Martínez Fernández. Gli ha chiesto scusa a nome della Chiesa e in seguito gli ha telefonato. Il giovane ha detto di essere un membro soprannumerario della prelatura dell’Opus Dei.

L’arcivescovo ha chiesto pubblicamente perdono in un atto penitenziale in cui si è gettato al suolo nella cattedrale in segno di penitenza. Parallelamente, la gente aveva lanciato ogni tipo di improperi, insulti e calunnie con disprezzo nei confronti del sacro. Mentre si informava del caso di pederastia, la televisione di Stato, TVE, trasmetteva le immagini di padre Román mentre celebrava la Messa e al momento della consacrazione. È stato uno scandalo di enormi proporzioni. L’associazione PRODENI, che difende i diritti dei bambini, si è schierata contro i sacerdoti, e sui muri della chiesa sono apparse delle scritte contro i “pederasti”.




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Quando la giustizia civile, prima di quella canonica, ha imputato il sacerdote principale, padre Román, l’arcivescovo di Granada lo ha sospeso “a divinis”, ovvero lo ha sospeso da tutte le sue funzioni sacerdotali a seguito dello scandalo provocato. Nel frattempo padre Román restava in silenzio, anche quando i mezzi di comunicazione e l’opinione dei fedeli davano per scontate le sue pratiche di pederastia.

Tutta la stampa, sensazionalista o meno, informava giorno dopo giorno sulla questione, e nessuno ha mai pensato che padre Román potesse essere assolto. Era colpevole, non c’era il minimo dubbio. Tra gli accusatori c’erano anche alcuni media cattolici, che hanno chiesto perfino le dimissioni dell’arcivescovo di Granada.

Parallelamente, il pubblico ministero e i magistrati di Granada indagavano sui fatti acquisendo dichiarazioni di tutte le persone dell’entourage dei sacerdoti. Il giovane accusatore (per il quale i fatti erano accaduti quando aveva tra i 14 e i 17 anni) si è contraddetto alcune volte e ha fornito versioni diverse al momento di riferire i fatti. Nessuno di coloro che hanno rilasciato dichiarazioni ha apportato direttamente delle prove contro i sacerdoti, né l’hanno fatto i periti. Padre Román rimaneva sempre in silenzio e col volto sereno. È stato il suo calvario, il suo lungo calvario.

Gli altri sacerdoti e il professore di Religione sono stati esclusi dalla causa, visto che gli abusi sessuali per i quali erano imputati erano caduti in prescrizione, ma non era stato prescritto il caso di “penetrazione” di cui era accusato padre Román, per il quale il pubblico ministero ha chiesto 15 di prigione e l’accusa 26.

La giustizia spagnola è lenta, e sono dovuti passare 27 mesi prima del processo. Nel frattempo, la chiesa a Granada soffriva e pregava. Alla fine il pubblico ministero ha ritirato l’accusa per mancanza di prove. La sentenza, dell’aprile scorso, ha assolto padre Román dal crimine di “penetrazione” carnale per la mancanza di credibilità dell’accusatore “Daniel”, che oggi ha 27 anni. Il tribunale ha condannato “Daniel” a pagare i costi giudiziari. Il ragazzo non è ricorso in appello davanti al Tribunale Supremo.

Nel 2017 ai sacerdoti è stata sollevata la sospensione “a divinis”. Il 12 luglio scorso hanno fatto visita a Papa Francesco a Santa Marta, e il Pontefice ha chiesto loro perdono in tre occasioni e ha stabilito di incontrarsi con loro a ottobre per celebrare insieme l’Eucaristia. Con questo i sacerdoti sono stati completamente riabilitati.


ARCHBISHOP PHILIP WILSON

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Un’accusa, un processo mediatico, una condanna mediatica con la legge del popolo e non dei tribunali, è facile. Ora sarà difficile, per non dire impossibile, riabilitare la vita di questi sacerdoti, perché una volta che si è versato tanto inchiostro contro di loro resta sempre qualcosa. I processi mediatici sono lunghi, con verità, mezze verità, falsità e speculazioni di ogni tipo. La sentenza è una sola volta, una sola notizia, un solo giorno.

Qualche mezzo di comunicazione ha ritrattato ciò che ha detto contro padre Román? No, nessuno. Anzi, alcuni nutrono ancora sospetti. Speriamo che la seconda visita di questi sacerdoti al Papa riabilita definitivamente l’immagine e il buon nome dei tre presbiteri, e che possano fare quello che ha detto loro Papa Francesco: “Andate avanti, con generosità, come qualsiasi sacerdote”.

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