Ricevi Aleteia tutti i giorni

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

Abbiamo ancora bisogno di gesuiti e di “gesuitismo” – nella Chiesa e nel mondo?

Condividi

Il clima del pontificato bergogliano ci porta necessariamente a porre una certa attenzione sulla Compagnia di Gesù: per la prima volta il Papa bianco e il “Papa nero” si trovano in posizioni di assoluta supremazia nella Chiesa, e ciò colloca in un quadro inedito le considerazioni sullo stato di salute e sul destino della Compagnia di Gesù. Che interessa tutta la nostra società.

Uno degli effetti indiretti del pontificato bergogliano consiste nell’aver riportato in una particolare attenzione l’ordine di appartenenza di Papa Francesco, la Compagnia di Gesù. Cosa che sarebbe accaduta (come di fatto è già accaduta) per altri religiosi saliti al soglio pontificio (Papa Ghislieri addirittura lasciò a tutti i suoi successori una talare del colore dell’abito domenicano!). Da Leone XIII in poi alle normali dinamiche intra-ecclesiali – quali ad esempio quelle legate alle filiere del potere (nessuno stupore che uno si scelga i collaboratori tra quelli che conosce meglio e di cui più si fida) – si sono aggiunte anche quelle extra-ecclesiali, fra cui gli effetti di una precedentemente impensabile esposizione mediatica della persona fisica del Romano Pontefice.

Già altre volte mi sono trovato a constatare come uno dei più malsani rinculi di siffatta pressione extra-ecclesiale in ambito intra-ecclesiale consista nella duplice convinzione, vieppiù strisciante tra molti “cattolici impegnati” (e anche di quelli sinceri!), che sia compito del Papa “piacerci” (a “noi cattolici”, s’intende) e che sia compito di noi “cattolici impegnati” esprimere ogni giorno il nostro irrinunciabile giudizio sulle espressioni del magistero pontificio. Poiché mi pare che Papa Francesco se la rida (giustamente) di entrambi i due assurdi asserti, tralasciamo questo aspetto e torniamo alla Compagnia di Gesù in sé.

I gesuiti in cifre: è vera crisi?

Della quale si dice spesso che sia in crisi, ma raramente si specificano nel dettaglio i numeri: questi ultimi invece ci direbbero che sì, i Gesuiti sono certamente in calo rispetto al proprio “organico” nel recente passato, ma che con più di 17mila membri restano ancora l’istituto religioso più grande al mondo (davanti a Salesiani, Frati Minori e Frati Cappuccini). Un dato ozioso, se lo si lascia in balia di sé stesso, mentre può diventare interessante se si considera che un analogo numero di membri la Compagnia di Gesù la ebbe sia a cavallo tra XVII e XVIII secolo sia esattamente cento anni fa. Certo, in entrambi i casi si trattava di un trend ascendente, mentre in questo momento il trend è discendente, ma quanti affermano che il gesuitismo contemporaneo sarebbe l’espressione dello “spirito del Concilio” (intendendo con ciò l’ala radicale che interpreta il Vaticano II nel modo più eversivo possibile, collocandosi di fatto in una posizione uguale e contraria rispetto a quella dei lefebvriani) devono venire a patti con un dato: il 1965 comporta, sì, con 36.038 membri, l’apice di massima grandezza assoluta della Compagnia, ma il dato strutturale (la soglia dei 30mila stabilmente mantenuta) su cui quella cifra viene a porsi incidentalmente è stato maturato fra il 1925 e il 1955, ossia fra le due guerre mondiali e sotto i pontificati di Pio XI e Pio XII. Non a caso due papi molto gesuitici, ancorché non gesuiti, che seppero usare discernimento e responsabilità in questioni di massima delicatezza. Ratti e Pacelli tacquero e parlarono, stettero e agirono, nel loro trentennio, con la libertà spregiudicata di chi sta anzitutto e soprattutto davanti allo sguardo di Dio: valeva per il razzismo che traboccava dalle nazioni europee e pure per l’incoraggiamento sostanziale alla scienza e alla tecnica.

La Grazia di Dio ha conservato quella sapienza profetica a tutti i pontefici del XX secolo, quindi non sembrerebbe sensata (bensì ideologica) l’ipotesi che a dimezzare in neanche 50 anni la “migliore prestazione” numerica della Compagnia di Gesù sia stato “il manico” dei “Papi postconciliari” (categoria insipiente: nessuno è ancora salito alla Sede Romana con una formazione ecclesiastica “postconciliare”).

Cogliendo l’occasione del primo pontificato genuinamente gesuitico della storia, converrà piuttosto porre l’accento su di un’altra domanda: qual è il carisma proprio della Compagnia di Gesù? Ovvero, a margine, “che cosa significa gesuitico”? e “il mondo ha bisogno di gesuitismo?”.

Esiste davvero “un gesuitismo”?

Sul numero corrente de La Civiltà Cattolica il padre Giandomenico Mucci ha toccato proprio le sopra ricordate domande, a partire dal libro di Gnocchi e Palmaro che Giuliano Ferrara introdusse (Questo Papa piace troppo). Mucci evidenzia con delicatezza alcune pompose perifrasi del fondatore del Foglio, definendole idee che «qualsiasi cattolico, teologo o no, troverà quanto meno singolari». Per dare un’idea riportiamo il passaggio che descrive la metodologia gesuitica come

un modo di torcere il braccio della religione, dunque della Chiesa come istituzione teandrica, umano-divina, per il verso della passione unitiva a Dio, che è sempre potenzialmente e felicemente in conflitto con la mediazione sacramentale e sacerdotale.

Sembra il Conte Mascetti in Amici Miei, mentre Mucci semplifica la supercazzola: «È la vecchia tentazione gnostica, anche se Ferrara non la cita come tale». Il contributo del gesuita campano non si riduce però a una stroncatura, dal momento che facilmente rintraccia la radice della critica di Ferrara ai gesuiti nella ben nota avversione di Pascal esposta nelle Lettere Provinciali. Perciò Ferrara, da lettore moderno e avveduto, avrebbe dovuto ricordare che il filosofo francese

scelse nelle opere dei gesuiti, forse slealmente, i testi più stravaganti e grotteschi, che non aveva mai studiato alcun moralista gesuita, tranne forse l’Escobar; che traduceva dal latino in francese adattando i testi ai suoi fini e modificandoli con la bellezza dello stile; che si serviva di testi interessatamente a lui forniti da Antoine Arnauld e Pierre Nicole.

G. Mucci, I gesuiti ieri e oggi, in La Civiltà Cattolica 4035-4036, 314-315

Pagine: 1 2

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni