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Abbiamo ancora bisogno di gesuiti e di “gesuitismo” – nella Chiesa e nel mondo?

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Romanus too | CC

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 02/08/18

Il clima del pontificato bergogliano ci porta necessariamente a porre una certa attenzione sulla Compagnia di Gesù: per la prima volta il Papa bianco e il “Papa nero” si trovano in posizioni di assoluta supremazia nella Chiesa, e ciò colloca in un quadro inedito le considerazioni sullo stato di salute e sul destino della Compagnia di Gesù. Che interessa tutta la nostra società.

Uno degli effetti indiretti del pontificato bergogliano consiste nell’aver riportato in una particolare attenzione l’ordine di appartenenza di Papa Francesco, la Compagnia di Gesù. Cosa che sarebbe accaduta (come di fatto è già accaduta) per altri religiosi saliti al soglio pontificio (Papa Ghislieri addirittura lasciò a tutti i suoi successori una talare del colore dell’abito domenicano!). Da Leone XIII in poi alle normali dinamiche intra-ecclesiali – quali ad esempio quelle legate alle filiere del potere (nessuno stupore che uno si scelga i collaboratori tra quelli che conosce meglio e di cui più si fida) – si sono aggiunte anche quelle extra-ecclesiali, fra cui gli effetti di una precedentemente impensabile esposizione mediatica della persona fisica del Romano Pontefice.


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Già altre volte mi sono trovato a constatare come uno dei più malsani rinculi di siffatta pressione extra-ecclesiale in ambito intra-ecclesiale consista nella duplice convinzione, vieppiù strisciante tra molti “cattolici impegnati” (e anche di quelli sinceri!), che sia compito del Papa “piacerci” (a “noi cattolici”, s’intende) e che sia compito di noi “cattolici impegnati” esprimere ogni giorno il nostro irrinunciabile giudizio sulle espressioni del magistero pontificio. Poiché mi pare che Papa Francesco se la rida (giustamente) di entrambi i due assurdi asserti, tralasciamo questo aspetto e torniamo alla Compagnia di Gesù in sé.

I gesuiti in cifre: è vera crisi?

Della quale si dice spesso che sia in crisi, ma raramente si specificano nel dettaglio i numeri: questi ultimi invece ci direbbero che sì, i Gesuiti sono certamente in calo rispetto al proprio “organico” nel recente passato, ma che con più di 17mila membri restano ancora l’istituto religioso più grande al mondo (davanti a Salesiani, Frati Minori e Frati Cappuccini). Un dato ozioso, se lo si lascia in balia di sé stesso, mentre può diventare interessante se si considera che un analogo numero di membri la Compagnia di Gesù la ebbe sia a cavallo tra XVII e XVIII secolo sia esattamente cento anni fa. Certo, in entrambi i casi si trattava di un trend ascendente, mentre in questo momento il trend è discendente, ma quanti affermano che il gesuitismo contemporaneo sarebbe l’espressione dello “spirito del Concilio” (intendendo con ciò l’ala radicale che interpreta il Vaticano II nel modo più eversivo possibile, collocandosi di fatto in una posizione uguale e contraria rispetto a quella dei lefebvriani) devono venire a patti con un dato: il 1965 comporta, sì, con 36.038 membri, l’apice di massima grandezza assoluta della Compagnia, ma il dato strutturale (la soglia dei 30mila stabilmente mantenuta) su cui quella cifra viene a porsi incidentalmente è stato maturato fra il 1925 e il 1955, ossia fra le due guerre mondiali e sotto i pontificati di Pio XI e Pio XII. Non a caso due papi molto gesuitici, ancorché non gesuiti, che seppero usare discernimento e responsabilità in questioni di massima delicatezza. Ratti e Pacelli tacquero e parlarono, stettero e agirono, nel loro trentennio, con la libertà spregiudicata di chi sta anzitutto e soprattutto davanti allo sguardo di Dio: valeva per il razzismo che traboccava dalle nazioni europee e pure per l’incoraggiamento sostanziale alla scienza e alla tecnica.


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La Grazia di Dio ha conservato quella sapienza profetica a tutti i pontefici del XX secolo, quindi non sembrerebbe sensata (bensì ideologica) l’ipotesi che a dimezzare in neanche 50 anni la “migliore prestazione” numerica della Compagnia di Gesù sia stato “il manico” dei “Papi postconciliari” (categoria insipiente: nessuno è ancora salito alla Sede Romana con una formazione ecclesiastica “postconciliare”).


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Cogliendo l’occasione del primo pontificato genuinamente gesuitico della storia, converrà piuttosto porre l’accento su di un’altra domanda: qual è il carisma proprio della Compagnia di Gesù? Ovvero, a margine, “che cosa significa gesuitico”? e “il mondo ha bisogno di gesuitismo?”.

Esiste davvero “un gesuitismo”?

Sul numero corrente de La Civiltà Cattolica il padre Giandomenico Mucci ha toccato proprio le sopra ricordate domande, a partire dal libro di Gnocchi e Palmaro che Giuliano Ferrara introdusse (Questo Papa piace troppo). Mucci evidenzia con delicatezza alcune pompose perifrasi del fondatore del Foglio, definendole idee che «qualsiasi cattolico, teologo o no, troverà quanto meno singolari». Per dare un’idea riportiamo il passaggio che descrive la metodologia gesuitica come

un modo di torcere il braccio della religione, dunque della Chiesa come istituzione teandrica, umano-divina, per il verso della passione unitiva a Dio, che è sempre potenzialmente e felicemente in conflitto con la mediazione sacramentale e sacerdotale.

Sembra il Conte Mascetti in Amici Miei, mentre Mucci semplifica la supercazzola: «È la vecchia tentazione gnostica, anche se Ferrara non la cita come tale». Il contributo del gesuita campano non si riduce però a una stroncatura, dal momento che facilmente rintraccia la radice della critica di Ferrara ai gesuiti nella ben nota avversione di Pascal esposta nelle Lettere Provinciali. Perciò Ferrara, da lettore moderno e avveduto, avrebbe dovuto ricordare che il filosofo francese

scelse nelle opere dei gesuiti, forse slealmente, i testi più stravaganti e grotteschi, che non aveva mai studiato alcun moralista gesuita, tranne forse l’Escobar; che traduceva dal latino in francese adattando i testi ai suoi fini e modificandoli con la bellezza dello stile; che si serviva di testi interessatamente a lui forniti da Antoine Arnauld e Pierre Nicole.

G. Mucci, I gesuiti ieri e oggi, in La Civiltà Cattolica 4035-4036, 314-315

Che il generalizzato attacco di Pascal alla Compagnia fosse ingiusto e specioso è ormai acquisizione pacifica all’interno dei contesti di studiosi non coinvolti in polemiche da social network. Già Sant’Alfonso, maestro comune di teologia morale, demoliva il mito del lassismo pratico attribuito ai gesuiti:

Le opinioni dei gesuiti non sono né eccessivamente libere né eccessivamente rigide, ma mantengono un corretto equilibrio.

A.M. de’ Liguori, cit. in W.V. Bangert, Storia della Compagnia di Gesù, 228

Sbagliarono dunque i gesuiti coevi di Pascal a non afferrare il portato spirituale di Port Royal, ma certamente sbagliò Pascal a disprezzare quello della Compagnia.


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Poiché è critico attento alle fasi tardo-ottocentesche della formazione della cultura liberale italiana, Mucci osserva che il parterre culturale di Ferrara, pur rispecchiandosi in Pascal, si radica già prima negli italiani Gioberti e De Sanctis. Il primo infatti scriveva che i gesuiti corrompono la morale evangelica al fine di

accrescere il novero dei propri sudditi nelle cose di spirito: tali sono le consuetudini della loro fazione, e tali debbono essere, da che posposto il santo fine del fondatore, essi han rivolto le loro cure all’acquisto di una mondana potenza.

L. Salvatorelli, Le più belle pagine di Vincenzo Gioberti, 187

Il secondo invece li definiva “degni continuatori della politica medicea”, i quali «non potendo estirpare in tutto il nuovo vestono la società a nuovo per meglio conservare il vecchio» (in effetti una sublime espressione di “gesuitismo”!).


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Mucci è oggi un vecchio gesuita, e ho avuto modo di ascoltare da lui il racconto della vita comune con Karl Rahner, il quale «puliva il vasi sacri con devozione impressionante, e scandiva le secretæ ogni giorno con la lentezza orante del primo giorno»: è coetaneo del Papa e ha visto sia l’apice della Compagnia sia il suo attuale “declino”, che gli organi supremi dei Gesuiti giudicano come l’effetto di una confusione riguardo all’identità dello stesso carisma dei gesuiti. Nell’articolo in questione Mucci lo spiega così:

Poiché la Compagnia non si concepisce storicamente come un blocco monolitico (il che non le permetterebbe di rendere alla Chiesa un servizio autentico), ma come un corpo apostolico che cerca i modi migliori per predicare e incarnare il Vangelo, essa chiede di non essere pigramente giudicata con criteri che appartengono a un’altra sua esperienza: criteri che spesso sono assolutizzati o dal conservatorismo storico o dal modernismo più spinto.

G. Mucci, I gesuiti ieri e oggi, in La Civiltà Cattolica 4035-4036, 317

Da una “lettera di sant’Ignazio”

E se questo è senza dubbio invidiabile, alla Compagnia – dico il fatto di riuscire indigesti tanto a destra quanto a sinistra (di solito per i cristiani questo è un passabile strumento di valutazione della propria incidenza socio-politica) – si vede chiaramente che lo stesso Mucci non respinge in blocco tutte le accuse, specialmente quelle di De Sanctis e di Gioberti.


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Per questo mi è caro proporre qui al lettore alcuni passaggi da uno scritto che mi fu donato dai compianti gesuiti Silvano Fausti e Filippo Clerici. È un testo di quel Karl Rahner, autore che sul web e fra “cattolici impegnati” molti criticano come se lo avessero letto; il quale non risentiva molto dell’influsso dei liberali italiani e nella sua Freiburg era condizionato da autori diversi da Pascal, ma che conosceva bene la Compagnia, il suo fondatore e il proprio tempo. Così tra i milioni di pagine vergate dal grande teologo gesuita se ne trovano anche alcune scritte nel 1978 – tre anni dopo la chiusura della XXXII Congregazione Generale della Compagnia – in cui l’autore immagina di essere il Santo Fondatore dell’Ordine che si rivolge a un gesuita moderno. E gli si indirizza così quando i Gesuiti erano scesi sotto al tetto dei 30mila membri nel mondo ma veleggiavano ancora sotto al pelo di quella cifra.

[…] Ho già detto prima che la storia dei figli non è semplicemente la ricapitolazione della storia dei padri: ciò è giusto e ovvio. Così ho già detto che non intendo pronunciare giudizi sul passato dell’Ordine. Ciò premesso, mi pongo però delle domande su di voi e sul vostro futuro: questa storia, ad essere precisi, che cosa ha a che fare con me e con il mio stile di vita, in particolare con quello praticato a partire dalla “Chiesa primitiva” in Manresa (com’ero solito esprimermi) fino ai primi anni del mio definitivo insediamento in Roma, prima che il lavoro per la stesura delle Costituzioni, il governo dell’Ordine e la malattia mi assorbissero completamente?

Noi – i primi membri dell’Ordine e io – non eravamo degli scienziati né volevamo esserlo, anche se un Francesco Saverio sarebbe potuto diventarlo facilmente e Laínez fu un teologo acutissimo, capace di impressionare il Concilio di Trento. Certo: se vogliamo servire Dio negli uomini con la libertà radicale dello Spirito, senza riserve, senza legarci definitivamente a nulla e pronti a tutto, allora in certe circostanze, qualora se ne sia capaci e la situazione lo richieda, bisogna anche fare della teologia ad alto livello, scrivere libri, svolgere persino la funzione di confessori di corte, scrivere lettere a principi e prelati e tante altre cose del genere, che hanno finito per caratterizzare per secoli in modo speciale la vostra storia. Ma negli anni decisivi della nostra vicenda noi non eravamo esattamente così, non eravamo come la storia successiva dell’Ordine ci avrebbe riflessi.

Eravamo dei mendicanti veramente poveri e volevamo esserlo; lungo le vie della Francia e dell’Italia prendevamo alloggio nei luridi ospizi per i poveri di allora; curavamo gli ammalati negli ospedali (per esempio a Venezia in due ospedali per sifilitici inguaribili), svolgendo mansioni ben diverse da quelle svolte dal personale sanitario delle vostre cliniche moderne; predicavamo per le strade, se necessario in un miscuglio di spagnolo, italiano e francese; mendicavamo nel vero senso del termine; l’insegnamento del catechismo ai bambini, coperti di pidocchi, era per noi una prassi reale e non una pia reminiscenza come quella contenuta nella vostra odierna formula di voti dei “professi”.

Ho dato, sì, il via per la fondazione della Gregoriana e del Germanicum, ma a Roma ho anche fondato la Casa di Santa Marta per le prostitute che intendevano rifugiarvisi: durante la carestia romana del 1538-1539, allorché nella città santa la gente moriva per le strade e i bambini vagavano abbandonati, abbiamo organizzato una grandiosa alimentazione dei poveri; non ho confinato le prostitute in un chiostro, come si faceva prima, ma ho fatto il possibile per educarle a condurre una vita umanamente degna nel mondo e nel matrimonio; ho dato l’avvio all’erezione di una casa per ragazze in pericolo e ho appoggiato vari orfanotrofi; ho fondato una casa per ebrei e mori che volevano diventare cattolici; non ho considerato un’impresa troppo “mondana” quella di pacificare Tivoli e Castel Madama e di occuparmi anche in vecchiaia di problemi socio-politici, così come avevo già fatto nel 1535, durante il mio ultimo soggiorno nella patria basca – alloggiando nell’ospizio dei poveri di Azpeitia e dividendo con loro quanto avevo mendicato –, allorché progettai e attuai un soccorso ben organizzato per i poveri della mia città natale.

È vero, ho fondato scuole, ho dato alla loro fondazione uno statuto giuridico e ho così dovuto adattare un poco – sospirando – la legislazione dell’Ordine relativa alla povertà, tanto che in qualche periodo e in qualche paese questo è diventato un Ordine di insegnanti dedito all’insegnamento, cosa contro cui non ho veramente nulla da obiettare, qualora essa non sfiguri il suo carattere e la sua mentalità generale. Non dimenticate però un particolare: ai miei tempi queste scuole erano gratuite, avevano quindi un carattere eminentemente socio-politico, mentre le vostre scuole odierne sono necessariamente costose e a pagamento, cosa che non ho difficoltà ad ammettere. E altre cose del genere ci sarebbero ancora da dire.

Ad ogni modo era questa la domanda che mi premeva porre: l’Ordine finora non ha dimenticato un po’ troppo questo lato della mia vita? Se sì, può darsi che l’abbia fatto per una qualche necessità storica, e ho già più volte ripetuto che non intendo rivendicare come mia la sua storia. Ma tutto ciò deve veramente rimanere così?

[…]

Se seguirete il Gesù povero e umile; se – come ho già detto – non accetterete come un’amara costrizione una nuova “marginalità” della vostra vita nell’ambito della società, che forse il futuro ha in serbo per voi in misura superiore al passato, ma l’abbraccerete volentieri come la sorte toccata allo stesso Gesù, allora verrete forse a trovarvi nella posizione giusta per portare avanti la lotta per la giustizia. […] Poi potrete continuare a fare teologia ad alto livello, a sviluppare strategie culturali, a fare un po’ di politica ecclesiastica, a utilizzare i mass-media ecc. Potrete fare anche tutto questo. Però guardatevi dal valutare la vostra vita e l’importanza dell’Ordine in base ai successi riportati in questi campi.

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