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Un detenuto in semilibertà continua l'opera di Don Puglisi a Palermo

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Lucandrea Massaro - pubblicato il 02/08/18

Stefano Taormina conosce la storia di don Pino e cambia vita: ora aiuta i ragazzi a non finire in mano alla Mafia

«Per me padre Puglisi è tutto» così dice Stefano Taormina, 61 anni e una condanna all’ergastolo. Quando aveva 21 è finito in carcere al prima volta. «Ho iniziato rubando le auto. Poi ci sono state le rapine e gli omicidi». Oggi è in semilibertà. Esce dal penitenziario al mattino e rientra alla sera, in mezzo la giornata la passa Centro Padre Nostro, nel quartiere Brancaccio di Palermo, una ex (?) roccaforte mafiosa. Il Centro nasce proprio da don Pino Puglisi, il sacerdote beato martire della Mafia. E’ qui che Stefano cerca e trova redenzione, aiutando i ragazzi del luogo in questo centro polifunzionale in cui si fanno corsi, si tiene l’asilo, ma soprattutto si dà una prospettiva in un pezzo d’Italia che prospettive non ne ha.

«Ho conosciuto il presidente Maurizio Artale – dice Stefano ad Avvenire– durante uno dei suoi colloqui in carcere. Di solito non prende persone che hanno sulle spalle pene da scontare come le mie. Ma si è fidato…». Adesso lui ha scoperto di avere molti talenti, vuole dare una mano e soprattutto non vuole che i tanti ragazzi del quartiere facciano la sua fine

Stefano è stato anche il testimonial del Progetto Pari, un percorso per promuovere “buone relazioni” nelle scuole superiori di Palermo voluto dal Comune con il Centro Padre Nostro. «Agli studenti ho raccontato la mia adolescenza. Perché ci vuole davvero poco a passare dal bullismo alla delinquenza, da una bravata ai reati. Così a loro ripeto: non fatevi ingannare, non cedete ai richiami dei soldi facili». Quindi rivela: «Già i miei insegnanti mi chiamavano delinquente». Oggi va orgoglioso della sua famiglia. «Mia moglie lavora e abita non lontano da qui. I miei due figli sono già sistemati: lui è un imprenditore, lei ha un ingrosso». Eppure, continua, «le mie notti sono segnate dagli incubi per quello che ho fatto. Non ho mai nascosto gli errori che ho commesso. Infatti sto pagando». Poi la voce si abbassa. «In carcere ho avuto anche un infarto. Il pensiero di aver rovinato un’intera famiglia con le mie mani mi ha talmente tormentato che il cuore ha ceduto. Se sono ancora vivo, lo devo alla polizia penitenziaria che mi ha salvato». Il suo riscatto è iniziato proprio in cella. «Io, che non avevo mai avuto voglia di studiare, ho preso due diplomi. E ho seguito corsi di computer, idraulica, elettrotecnica». Con i suoi quadri, venduti in una mostra a Torino, ha aiutato anche quattro ragazzi rimasti orfani dopo l’alluvione del 1994 in Piemonte. «Un sogno che ho adesso? Poter stringere la mano a papa Francesco e avere da lui una benedizione. So che sarà a Palermo per rendere omaggio a don Pino. Chissà se ci sarà la possibilità di abbracciarlo…».
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