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Alexia, un’adolescente venerabile. Ma anche adorabile e forte e allegra!

Alexia González-Barros
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La breve vita di questa ragazzina spagnola, Alexia Gonzales-Barros y Gonzalez morta a soli 14 anni, dopo 10 mesi di doloroso calvario, è meravigliosa. Leggendola si scoprono i tratti inconfondibili di quelli che sono di Cristo: accettazione del dolore, forza interiore e soprattutto la gioia

di Lara Tampellini e Gianluigi Veronesi

Leggere insieme ai figli la vita di qualche santo è un’occupazione che abbiamo sempre gradito; è un po’ come spalancare la porta di casa a un nuovo amico per farlo entrare, da quel momento in poi, nella nostra quotidianità. Privarci repentinamente della sua compagnia con un “Grazie, è stato bello, arrivederci!”, una volta chiuso il libro, è praticamente impensabile perché caso vuole che il santo che bussa alla porta e che ci si presenta di fronte è sempre quello di cui la nostra famiglia ha bisogno in quel preciso momento. E così, da quell’istante, terminata l’ultima pagina, entra di diritto a far parte del nostro focolare andando ad aumentare la schiera degli amici nostri compagni di viaggio, alcuni già canonizzati, altri ancora in cammino (con una netta preferenza per i “santi della porta accanto”). Che spettacolo la Comunione dei Santi!

Tutto questo preambolo per dire che avevamo appena terminata la lettura della vita di Alexia Gonzàles-Barros (una ragazzina spagnola, a noi tanto cara, morta ad appena quattordici anni per le conseguenze di un terribile sarcoma) quando abbiamo appreso una notizia che ci ha rallegrato tantissimo: Papa Francesco l’aveva dichiarata venerabile.

In queste poche righe vorremmo soffermarci su alcuni aspetti della vita di Alexia che ci hanno particolarmente colpiti, come sposi, come genitori e come figli di un Padre che ci ama alla follia ma del quale facilmente ci dimentichiamo, travolti da una routine mal vissuta che ingrigisce la quotidianità, rendendola troppo spesso piena di vuoto. Eppure, per noi che non siamo né stiliti né consacrati dovrebbe essere proprio questo l’ambito primario del nostro incontro con Cristo e quindi via per la santità: la quotidianità, composta da mille variegate sfaccettature, a volte gradevoli, altre decisamente meno.

Se Alexia fosse vissuta ai giorni nostri (è morta nel 1985) molto probabilmente avrebbe utilizzato i social e nei mesi scorsi si sarebbe unita nella lotta, e nelle preghiere, per il piccolo Alfie. Non è un azzardo, conoscendo il suo grande amore per i bambini e per la vita. Aveva appena dodici anni quando si indignò profondamente di fronte ad un disegno di legge sull’aborto in attesa di essere approvato dal parlamento. Si impegnò alacremente in un incalzante apostolato dell’opinione pubblica, indirizzando lettere ai principali giornali e partecipando a diverse manifestazioni. Scrisse ad un quotidiano madrileno:

Ho dodici anni e sono la settima di sette figli. Sono molto grata a Dio per avermi fatto nascere in una famiglia dove tutti sono stati molto contenti della mia nascita. Se mia madre fosse stata una di quelle donne che vogliono uccidere i loro bambini prima che nascano, io non sarei nata. Vorrei dire a costoro di non ucciderli, per favore, perché sicuramente noi saremmo felici di ricevere uno di quei bambini che non vogliono.

Come si intuisce, un ruolo fondamentale nella crescita umana e spirituale di Alexia è da attribuire al clima respirato in famiglia, un autentico focolare luminoso e allegro nel quale si viveva un profondo spirito cristiano con naturalezza e semplicità. C’è un simpatico aneddoto che dimostra quanto Alexia ci tenesse a mettere in pratica, con serietà e impegno, gli insegnamenti ricevuti dalla mamma: quando in casa si parlò della necessità di anticipare il proprio dovere, senza rimandarlo, la bambina pensò bene di chiedere alla mamma se non fosse stato il caso di confessare un peccato non ancora commesso (la più che probabile litigata con le cuginette, ormai una consuetudine durante le vacanze) perché “voleva farlo per anticipare”.

Aveva una grande confidenza con la mamma (che riteneva Alexia “un regalino del cielo”) e amava tantissimo il papà, amore che si manifestò ancora maggiore durante la malattia. Fu proprio a lui che, intravedendo la fine, disse improvvisamente:

Papà, andiamo!

Dove, figlia mia?

Dove mi stanno aspettando

Alexia era una ragazzina del tutto simile alle coetanee, con un forte senso dell’amicizia e sempre pronta a perdonare in caso di torti subiti. Curava nei minimi dettagli le piccole cose e si stupiva per la bellezza della natura. Era sportiva con una particolare passione per la musica e per la moda: amava infatti indossare abiti nuovi, sfogliava con attenzione le riviste di moda chiedendo alla mamma di copiarle i vestiti che maggiormente le piacevano, o che a volte lei stessa disegnava. Perfino durante la malattia curò il proprio aspetto esteriore, per mantenere alto il morale intorno a sé e per dare un po’ di sollievo ai propri famigliari.

Si potrebbero riportare diversi aneddoti sul periodo di malattia, dieci mesi di autentico calvario, durante i quali la sofferenza non le fece sconti. C’è una costante che spiazza: il sorriso sempre presente sulle sue labbra unito ad un’inesauribile felicità nonostante i dolori lancinanti. Alexia considerava la malattia come un grande tesoro e, come tale, non voleva correre il rischio di sprecarlo. Certe immagini, che la ritraggono sorridente nonostante l’ingombrante apparecchio per mantenere rigida la colonna vertebrale, sono più eloquenti di mille parole.

Sei felice figlia mia che vai in cielo?

Sì, mamma, molto felice

Sono le ultime parole prima di esalare l’ultimo respiro accompagnato dall’unica lacrima versata durante l’evolversi della malattia.

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