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Là dove risuonano i passi di Cristo attraverso la storia

MSGR. JOSÉ TOLENTINO MENDONÇA
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Intervista a José Tolentino de Mendonça, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa

Anche senza pronunciare la parola, ritiene che ci sia ancora un qualche atteggiamento proselitista in molti di questi incontri da parte di attori della Chiesa cattolica?

Penso che ci sia da entrambe le parti. Come talvolta c’è ritrosia nel promuovere il dialogo da parte della Chiesa, timore, così a volte da parte delle persone che sono fuori ci sono preconcetti e ritrosia rispetto a quel che può essere un dialogo con la Chiesa. Occorre smontare le paure, i timori, e fare esperienza. Non importa che dimensioni ha l’esperienza: può essere piccola, nell’incontro tra persone, di una famiglia, in un incontro tra creatori e colleghi di lavoro; può avere una dimensione grande tra istituzioni. L’importante è creare questa cultura dell’incontro, come ripete incessantemente Papa Francesco.

Ed è questa la sua ventennale esperienza, a Lisbona, dopo il dottorato?

Sono vent’anni che lavoro nell’università, nella pastorale della cultura e nel mondo culturale portoghese.

Con una valutazione molto positiva?

Molto positiva per me! È ciò che sono. Non riesco a immaginare la mia vita senza questi vent’anni. Sono solito ripetere — la frase non è mia, l’ho adottata — io sono un’opera degli altri. Guardando a questi vent’anni e alle persone che ho conosciuto, ciò che fa cambiare davvero la nostra vita sono gli incontri che abbiamo. La moltiplicazione della vita che diamo agli altri, la scommessa che facciamo in un rapporto di fiducia e di amicizia, è sempre feconda. Per lo meno in me lascia un profumo inestinguibile.

La stessa vita sacerdotale, il percorso di un sacerdote, deve in qualche modo smuoversi, andare al di là dell’esperienza assorbente della parrocchia? Bisogna fare altri passi?

Devo parlare di me, perché siamo diversi, i nostri punti di partenza sono diversi e non conosco tutte le realtà. Per la mia spiritualità è stato molto importante ciò che ho ricevuto dagli altri, dai credenti e persino dai non credenti che m’insegnano molto su Dio. Ci sono agnostici che m’insegnano molto su Dio perché mi pongono domande e io le prendo come una possibilità di cammino e addirittura di preghiera per me. Una spiritualità che sia intransigente nel restare chiusa in un determinato circolo, finisce col rimanere più povera, perché Cristo ci sfida molto a essere Chiesa in uscita. Lui invia i discepoli più volte in missione ed è nell’invio a incontrare gli altri che possiamo trovare pagine inaspettate del Vangelo. E queste pagine inaspettate ci aspettano. Solo nella sorpresa degli incontri possiamo coglierle.

Con la stessa ortodossia che hanno altre?

Con la stessa ortodossia! Perché non dobbiamo avere fantasmi. Il cristianesimo è un’esperienza essenziale. È una verità. Ma non è una verità che mi mette contro gli altri. È una verità che mi apre radicalmente agli altri. La verità del cristianesimo è l’ospitalità. Non è una frontiera vigilata dalla polizia. Perciò non bisogna aver paura dell’incontro perché l’amore è la grande ortodossia. La carità e l’ospitalità sono la grande ortodossia cristiana. Il Papa ci esorta molto a farlo, ad avere di fatto una morale che tenga conto delle persone, del servizio alle persone, alla vita, alla vita fragile, alla vita nuda. E che sia un’etica attraversata dall’esperienza di Gesù, del Vangelo. Questa non può mai essere solo una morale da scrivania. Deve essere un cammino da percorrere a piedi. Deve essere quella via che il padre del figliol prodigo, il padre misericordioso segue, prendendo lui l’iniziativa di abbracciare quel figlio e di reintrodurlo nella festa della comunione. Questa è la grande morale cristiana.

 

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