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Dare una casa alle donne incinta e senzatetto, una realtà in carne e mattoni

RAGAZZA, PANCIONE, STRADA
Shutterstock
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Di recente il ministro Fontana ha dichiarato: "Nel dubbio, un figlio è meglio farlo": perché la maternità, anche in condizioni difficili, va aiutata. Ecco una bella storia di accoglienza che viene dal Canada

Dio è venuto al mondo senza una casa ma, proprio dalla grotta di Betlemme, ha cominciato a mostrare il valore dell’ospitalità. Angeli e pastori gli fecero compagnia.

© DR

Possiamo conquistare vette di pensiero altissimo, possiamo allenarci in ragionamenti raffinatissimi, eppure – come esseri umani – torneremo sempre a sbattere contro questa evidenza: l’accoglienza rispetta il nostro DNA più del rifiuto.

Ci sono migliaia di piccoli gesti di intraprendenza umana per «costruire una casa» attorno a un neonato, cioè per accogliere la preoccupazione di una madre in difficoltà senza proporle una via d’uscita che il suo cuore istintivamente rifiuta. Accogliere significa tantissime cose: ascoltare, innanzitutto; essere accanto, poi.
Si sa che il nemico di ogni scelta davvero libera è la solitudine. Eppure tutti i cosiddetti «rimedi» a una gravidanza inattesa, ed etichettata come indesiderata, (aborto, pillola del giorno dopo) accompagnano la donna a isolarsi dagli altri per rivendicare la proprietà esclusiva del suo corpo. Tendo a diffidare di chi mi propone soluzioni in cui la mia persona sia, anche con tutte le premure del caso, lasciata sola; tendenzialmente è un sentiero che porta a una gabbia.

Un condominio di donne ferite che condividono l’esperienza di diventare madri è un’immagine politica di speranza. Vorrei «abitare» con chi porta i miei stessi pesi, sentirmi sotto lo stesso tetto di chi ha fatto le mie stesse scelte familiari. Io vorrei essere un villaggio di campagna con le finestre aperte, e non un monolocale in centro con le inferriate e l’allarme.

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