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Elena Fanchini, di nuovo in pista dopo il tumore: torno più forte di prima

ELENA FANCHINI
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Una diagnosi di neoplasia all’inizio del 2018, poi l’intervento a maggio e ora la ripresa: la campionessa di sci affronta la chemio, ma si allena e pensa già alle prossime competizioni

Condividere l’esperienza di una malattia è parte del percorso di guarigione, manifestare tutta la fragilità più disarmante diventa un’arma di forza. Nell’ultimo anno abbiamo visto molte donne dello spettacolo esporsi in prima linea per condividere quella parte di vita che mai sarebbe andata sotto i riflettori: la battaglia serrata con un tumore. Elena Santarelli ha raccontato il percorso di cura di suo figlio Giacomo, Nadia Toffa si è allontanata dal piccolo schermo ma fa sapere che la lotta va avanti, Caroline Smith – giudice di Ballando con le stelle – ha condiviso coi fans, pochi giorni fa, l’attesa e il superamento dell’ennesimo intervento.

Oltreoceano, più di un anno fa, la bellissima Shannen Doherty – indimenticata Brenda Walsh della serie televisiva Beverly Hills 90210 – trasformò il suo profilo Instagram in un diario della malattia, raccontando i giorni durissimi dopo le chemio, la paura di recidive, il sostegno della famiglia, le trovate per mantenere uno stato mentale positivo.
In questi ultimi giorni si ha notizia di un’altra testimonianza incoraggiante: la sciatrice alpina Elena Fanchini è tornata ad allenarsi, dopo l’infausta diagnosi di tumore ricevuta a inizio 2018 e dopo l’intervento chirurgico subito lo scorso maggio:

“Sono stata operata il 28 maggio, il 30 ero già a casa, mentre normalmente dopo un intervento così i tempi di degenza sono di 10/15 giorni. Non ho mai avuto dolore, l’operazione è stata lunga, sei ore, perché il tumore era grosso. Ma sono riuscita a smaltire bene l’anestesia, che era una delle cose di cui avevo più paura. Negli interventi alle ginocchia avevo sempre fatto l’epidurale, mai l’anestesia totale. Appena tornata a casa ho cominciato subito a fare camminate e poi pian piano i lavori in palestra”. (da La Gazzetta dello Sport)

Non è tutto rose e fiori come il suo entusiasmo caparbio lascia intendere, eppure Elena ha la tempra dell’atleta e ha osato chiamare «sfida» anche questo faccia a faccia con la malattia. A cadere e rialzarsi era già abituata, a causa di due grossi infortuni alle ginocchia che hanno segnato la carriera, senza comprometterla: entrata nella nazionale italiana di sci nel 2003, conta nel suo palmares 11 medaglie nel campionato italiano, 4 podi nei campionati mondiali e 5 in quelli europei.

Gareggia da sola, ma ha accanto una squadra fortissima: le sorelle minori Nadia e Sabrina sono sue colleghe di sport altrettanto in gamba. Un episodio che la dice lunga sulla forza positiva che scorre nel sangue di questa famiglia di sciatrici, e che forse alcuni ricorderanno, accadde durante un supergigante a St. Moritz nel 2010: Nadia Fanchini fu protagonista di una rovinosa caduta che le causò la lesione di entrambi i legamenti crociati e collaterali delle ginocchia. Ancora dolorante, mentre veniva soccorsa, telefonò alla sorella Elena che sarebbe dovuta partire dopo di lei e le riferì che non si trattava di nulla di grave; le diede anche preziosi consigli su come affrontare il tracciato.

La malattia diagnostica a Elena deve essere stata una botta altrettanto pesante per tutte e tre, come ci testimonia questa dichiarazione rilasciata dalla Fanchini alla Gazzetta:

“Mia sorella mi dice sempre: ma tu sei matta, la fai passare come se non avessi avuto niente. E’ sempre stata più in ansia di me, sin dal primo giorno. Ma forse ha ragione, me l’hanno detto anche i medici: “tu hai avuto un tumore senza rendertene conto” . E’ vero, non ho mai pensato al pericolo. Ora dico la parola tumore, ma prima non l’avevo mai pronunciata”. (Ibid.)

Ci sarebbero tutte le metafore del caso da tirar fuori, e forse hanno senso. Gli sport sono esaltanti anche perché raccontano in modo simbolico molti capitoli di vita vissuta, soprattutto il confronto con gli ostacoli, gli sforzi, le obiezioni. Lo sciatore è abituato a buttarsi a capofitto in discesa, è una disciplina per impavidi. Andare a tutta velocità e studiare la traiettoria migliore, educare il corpo a mantenere un equilibrio sempre al limite della precarietà … ci vuole una predisposizione mentale flessibile, spalancata all’imprevisto che piomba all’improvviso. Ma nonostante Elena Fanchini racconti l’intervento e le cure proprio come un «supergigante», una sfida a tutta velocità fino al traguardo – ancora da raggiungere – della guarigione, proprio quella confessione sul fatto di non essere mai stata in grado di pronunciare la parola «tumore» ci aiuta a condividere un’ombra che appartiene a molti.

Quanto è difficile da dire a voce alta il nome della propria malattia? La ritrosia non è solo timore di fare terra bruciata attorno a sé, ma anche una viscerale repulsione a sentirsi ridotti ad una malattia. Il mio nome non sarà mai quello della malattia che mi colpisce, eppure la tentazione di annullare la propria identità c’è, sostituendola con quell’ombra che cala addosso.
Un antidoto è senz’altro quello del racconto, senza la morbosità del gossip. Una delle mie amiche più care ha affrontato il calvario di un tumore al seno con estremo pudore per la sua condizione (non raccontava nulla delle terapie, degli effetti collaterali), eppure sentiva il bisogno di dire a voce alta: «Sai che ho paura di morire?».

Sapeva bene che io non avrei potuto far altro che starle accanto condividendo la medesima vertigine, eppure dar voce a quell’indicibile terrore era un segno positivo di lotta.
Molti nostri amici o parenti combattono questa battaglia, lontano dalla celebrità mediatica. Ma il senso di racconti condivisi come quello di Elena Fanchini è proprio quello di incrinare la bolla di eterna euforia che passa dai mezzi di comunicazione: siamo tutti in compagnia di una ferita, piccola o grande o gigante, che ci spezza il respiro e incupisce i pensieri. Mostrare i segni di questo corpo a corpo con il dolore patito non è segno di forza indomita, è bisogno di contatto con la parte più vera di chi mi circonda.

Ci sono sorrisi da copertina che si sciolgono struccandosi, e poi ci sono sorrisi incisi sul volto che sono un invito ad accogliere insieme, anche se si è sconosciuti, tutto ciò che di pesante o comunque inatteso porterà la giornata di domani.

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