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Pakistan: il destino di Asia Bibi è a un vicolo cieco

Asia Bibi © YouTube
Asia Bibi
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Il Centro Europeo per la Legge e la Giustizia richiama l’attenzione sull’impatto delle leggi sulla blasfemia nel Paese asiatico

Durante i lavori della 38esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che si è svolta dal 18 giugno al 6 luglio 2018 a Ginevra, in Svizzera, il Centro Europeo per la Legge e la Giustizia (European Centre for Law and Justice o ECLJ) ha presentato una dichiarazione sull’impatto delle leggi sulla blasfemia in Pakistan e ha richiamato anche l’attenzione sulla sorte di una delle vittime più conosciute della normativa, Asia Bibi.

Continua minaccia per le minoranze religiose

“Le leggi sulla blasfemia della Repubblica Islamica del Pakistan [1] rappresentano una continua minaccia per le minoranze religiose”, constata la dichiarazione del 25 giugno scorso, il cui testo è stato pubblicato sul sito dell’ECLJ.

L’organismo con sede a Strasburgo, in Francia, cita la parte più controversa (e più abusata) della legge 295 del Codice Penale del Pakistan, cioè il paragrafo 295 C, che stipula: “Chiunque con parole, sia parlate che scritte, o con rappresentazione materiale o con qualsiasi imputazione, allusione o insinuazione, direttamente o indirettamente, profani il sacro nome del Santo Profeta Maometto […] verrà punito con la morte o con la reclusione a vita, e sarà anche passibile di una multa”.

Sin dall’entrata in vigore della normativa nel 1986, “più di un migliaio di casi di blasfemia sono stati registrati, più di cinquanta persone sono state uccise in modo extragiudiziale da folle o individui musulmani, e almeno quaranta persone si trovano attualmente nei corridoi della morte o stanno scontando una condanna a vita”, scrive l’ECLJ, mentre sottolinea che la maggioranze delle accuse di blasfemia sono “false”.

Perciò, conclude l’ECLJ, “sollecitiamo questo Consiglio a indagare sui casi di blasfemia, sulle uccisioni extragiudiziarie e a chiedere al Pakistan di abrogare o modificare le sue leggi sulla blasfemia, di liberare vittime innocenti, come Asia Bibi, e di consegnare alla giustizia i responsabili delle violenze”.

Asia Bibi

Il caso di Asia (o anche Aasia) Bibi è infatti ben conosciuto. La vicenda della donna cristiana e madre di cinque figli, incarcerata ormai da ben nove anni, è emblematica per la situazione dei cristiani in Pakistan e le pressioni esercitate sui giudici da parte delle forze estremiste.

Il suo caso inizia nel giugno 2009, quando l’operaia agricola offre dell’acqua alle donne musulmane con cui sta lavorando, ma la rifiutano, perché ritengono che sia impura. Ne nasce un diverbio, durante il quale la Bibi avrebbe detto che Gesù è vivo, ma Maometto morto. Viene arrestata e accusata di aver offeso il Profeta. Il processo di primo grado finisce nel 2010 con la sua condanna a morte per impiccagione, una sentenza che viene poi confermata in appello nel 2014. Finora non si è pronunciata la Corte Suprema di Islamabad, che rappresenta il terzo e ultimo grado di giudizio.

Il temporeggiare dei supremi giudici è fino ad un certo punto quasi comprensibile. Ribaltare la condanna e rilasciare in libertà Asia Bibi provocherebbe non solo una valanga di proteste ma sia la Bibi, sulla cui testa pende ancora una taglia, che gli stessi giudici rischierebbero di essere uccisi da estremisti islamici.

Chi difende la Bibi rischia

Alcune persone che hanno sostenuto la causa della donna sono state infatti assassinate o anche costrette a partire in esilio. Il governatore della provincia del Punjab, Salmaan Taseer, che visitò la donna nel carcere di Sheikhupura (nei pressi di Lahore) e si pronunciò pubblicamente a favore della revisione della legge sulla blasfemia, che definì una “legge nera”, fu ucciso il 4 gennaio 2011 dalla propria guardia del corpo, Malik Mumtaz Hussein Qadri.

Assassinato è stato anche un altro sostenitore della Bibi, il cattolico Shahbaz Bhatti. Neppure due mesi dopo Taseer, il 2 marzo del 2011, l’allora ministro delle Minoranze religiose in Pakistan fu ucciso davanti a casa sua nella capitale Islamabad da alcuni uomini armati. L’omicidio fu rivendicato dal gruppo jihadista Tehrik-i-Taliban Punjab (TTP). Il politico è attualmente venerato dalla Chiesa come Servo di Dio. La sua Bibbia è conservata nella Basilica romana di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, legata alla memoria dei “nuovi martiri”.

In seguito alle varie minacce ricevute, il direttore della Legal Evangelical Association Development (LEAD), Sardar Mushtaq Gill, che per anni ha difeso Asia Bibi, è stato costretto all’inizio del 2017 a fuggire all’estero. Il 1° aprile 2015 degli sconosciuti avevano sparato a suo fratello Pervaiz Gill, che per fortuna rimase solo ferito.

I sostenitori delle leggi anti-blasfemia

C’è infatti chi invece difende strenuamente le leggi contro la blasfemia. Tra di loro spicca il Khatm-e-Nubuwwat Lawyers’ Forum (si potrebbe tradurre con “Movimento per la difesa del Profeta”, così suggerisce Aiuto alla Chiesa che Soffre), un gruppo di centinaia di avvocati e legali che vigilano sull’attuazione della normativa. Secondo la fondazione di diritto pontificio, sin dalla fondazione del Forum nel 2001, nella sola provincia del Punjab il numero di denunce è triplicato, per raggiungere nel 2014 il suo picco con 336 casi.

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