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Il contatto umano è meglio di un iPhone. Il filosofo Hadjadj spiega perché

TECHNOLOGY

Iryna Inshyna - Shutterstock

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 26/07/18

Ben venga la tecnologia, purché si stabiliscano delle gerarchie

Uomini e donne ai tempi degli smartphone. Che ne sarà di loro? Che fine faranno le relazioni sociali?

Il filosofo cristiano Fabrice Hadjadj, qualche tempo fa in “Ultime notizie dall’uomo e dalla donna” (edizioni Ares) ha provato a dare delle risposte (che provano ad essere ottimistiche).

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La novità

La novità dell’uomo di una volta era ben «più duratura». Dio, sostiene Hadjadj, «gli aveva dato un certo modello di corpo, o più esattamente due modelli appaiati, maschio e femmina, e si era fermato a quel punto, vedendo che era cosa molto buona. Senza sbagli né vanità – non era Lui l’Onnipotente? – era certo di aver creato una perenne novità, un flusso sorgivo che sgorga da quell’Eterno che resta più venerabile dell’antico e più giovane dell’avvenire».




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Garanzia divina

Tale «garanzia divina», osserva il filosofo, «chiamava ciascuno a rinnovare il proprio sguardo su ciò che c’era già, a riscoprire le proprie mani capaci di ricevere più che di prendere, la bocca dove entra il pane e da dove esce la parola, il sesso come un dito puntato o una coppa sempre rivolta verso l’altro…».

Smartphone, iPod e tablet al posto della mani

Quell’epoca, constata Hadjadj, «sembra terminata. Il senso è stato sostituito dal progresso». Ma se le cose hanno senso «è molto difficile sostituirle con nuova mercanzia. Occorre dunque che siano insensate. Che le nostre mani perdano la loro vocazione eterna (maneggiare la vanga, suonare la lira, accarezzare la donna, levarsi come l’offerta della sera…) per essere sostituite da un gadget con la sua eccezionale offerta di lancio», come potrebbe essere uno smartphone.




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Il lombrico

Il filosofo cristiano si definisce né un «progressista», né un «declinista».

«Il mondo – dice – è ancora fin troppo bello per me. Un lombrico non smette di stupirmi. E so che nessuna tecnologia mi permetterà mai di comprendere mia moglie, né di amarla di più. La mia resistenza al progressismo procede dal mio accogliere il mondo così com’è dato, con tutto il suo dramma. Non ho ancora imparato a costruire una casa, coltivare un orto, pensare come sant’Agostino, poetare come dante, perché dovrei gettarmi su un casco con realtà aumentata? Non sono ancora abbastanza umano, perché dovrei cercare di diventare cyborg? Sarebbe, con la scusa di essere all’avanguardia, disertare il mio posto».




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L’intelligenza artificiale

Chi si meraviglia della nascita di un bambino, osserva provocatoriamente Hadjadj, «è poco sensibile alla pubblicità dell’ultimo iPhone. Uno che sa ancora gridare per la nostra salvezza non è abbastanza credulone per votarsi all’intelligenza artificiale. A meno che l’intelligenza artificiale non l’aiuti a gridare di più e a stupirsi del lombrico».

La gerarchia

Il filosofo, in sostanza, sostiene di non essere «un nemico degli oggetti tecnologici. E utopico “ritorno alla natura”. È alla tecnologia come paradigma che si sostituisce al paradigma della cultura che le mie cronache fanno il processo. Non si tratta di escludere ma di stabilire una gerarchia: che l’iPod sia subordinato alla chitarra, che la tavoletta elettronica sia al servizio della tavola, perché la tavoletta e l’iPod ci spingono alla consumazione individuale disincarnata, mentre la chitarra e la tavola ci invitano a pratiche carnali e sociali».




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