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Niccolò Fabi: custodire il proprio dolore, curando le ferite degli altri

NICCOLO FABI
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La sua musica parla di uno sguardo ferito e innamorato del mondo; anche il lutto per la figlia scomparsa si è trasformato in dono d'amore

Lui ne parlò pochissimo da uomo-padre, nessuna intervista strappa-lacrime; ma la sua voce artistica ha risposto con inattesa chiarezza, almeno io ho interpretato così l’incipit di Sedici modi di dire verde:

«una strada di terra che inizia ai confini del niente, e il mio tutto che ancora si ostina a cercare una via».

SENTIERO, CIELO, CAMPAGNA
shutterstock

Sono tutto o sono niente? Ho bisogno di tutto anche quando non mi resta niente? A queste urgenze si risponde dentro il reale cercando una via. Non si fugge, non si schiva; si prende la botta in pieno.

Osservando dall’esterno, senza voler conoscere né fare congetture sulla tragedia vissuta in prima persona da Niccolò Fabi e dalla compagna Shirin Amini, abbiamo oggi davanti agli occhi un padre e una madre che hanno dato vita a un’opera di solidarietà in onore della figlia: «Le parole di Lulù» è una Fondazione che supporta e promuove progetti legati al mondo dell’infanzia, alcuni già in essere sono un ambulanza per l’ospedale pediatrico Bambin Gesù, la ristrutturazione di un ospedale pediatrico in Angola, un luogo di accoglienza per bambini in situazioni di disagio a Roma, alloggi a Torino per genitori con figli ricoverati.

Ci si ostina a cercare una via. Due giorni fa, il Corriere ha raccolto una testimonianza dal cantautore romano sul senso di quest’opera e sulla memoria ferita, ma non disperata, di un genitore che porta il lutto nel cuore. Le parole di Niccolò Fabi hanno ancora una volta tenuto insieme cielo e terra, aggrapparsi e protendersi: ogni anno la famiglia celebra una festa per Olivia nel giorno del suo compleanno che, a quanto pare, non è un mero gesto di celebrazione dolorosa, ma un inno al bene che è ogni piccola presenza che passa sulla terra.

«È vero: improvvisamente – ammette Niccolò – si guarda qualcosa che non si vedeva prima. È un giorno di presa di coscienza, in cui si sente l’altro come fratello, alleato e non nemico: una grande festa per bambini dove sì, c’è anche un po’ della mia musica, ma in sordina, come un saluto, come l’amico che suona la chitarra alla fine di una giornata al mare».
Lulù c’è ancora, ma in sottofondo: «Non so neanche se oggi la chiamerei ancora così, la Fondazione: il motivo per cui continua Parole di Lulù non è continuare ad avere un rapporto con qualcuno che non c’è più. Eventualmente è rimanere attaccati a quello che noi abbiamo imparato grazie all’esistenza di qualcuno, ci permette di concretizzare qualcosa». (dal Corriere)

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