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Niccolò Fabi: custodire il proprio dolore, curando le ferite degli altri

NICCOLO FABI
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La sua musica parla di uno sguardo ferito e innamorato del mondo; anche il lutto per la figlia scomparsa si è trasformato in dono d'amore

Si possono avere amici, che sono insieme padri e fratelli. E possono essere vicinissimi anche se, di persona, non ci si è mai incontrati. È, in fondo, quello che tutti abbiamo provato ascoltando una canzone o leggendo un libro in cui non solo ci rispecchiamo, ma attraverso cui mettiamo a fuoco meglio una parte di noi. L’arte è un’invisibile compagna carnale, un paradosso verissimo: crea legami per direttissima tra anime.
Il rischio latente è quello di limitarsi a idolatrare l’artista, il cantante, lo scrittore; scambiare il messaggero per oracolo e spegnere il proprio cervello.

Per noi che seguiamo Niccolò Fabi da quando intonava «non si dice mai “dica?” senza un perché …» o ci inebriava di trovate linguistiche ironiche e stupende tipo «tu sei la gioia e io sono il gioielliere», questo rischio di venerare il cantante e ripetere solo meccanicamente i suoi ritornelli non c’è mai stato.

Ci ha stimolato a guardare con insolita tenerezza, ironia e commozione a noi stessi (“io vivo sempre insieme ai miei capelli“), al guadagno buono delle relazioni vere con gli altri (“dandomi un vetro che sia trasparente voglio che mi aiuti ogni giorno a uscire dal niente“) a eventi insignificanti che nascondono doni preziosi (“raro è trovare una cosa speciale nelle vetrine di una strada centrale“).

È un cantautore famoso, senza troppa fama mediatica; 20 anni di carriera vissuti nelle panoramicissime provinciali della vita, anziché sulle veloci autostrade dell’apparenza.
Lui nel 1997 faceva uscire il suo primo disco e mi convinceva – a distanza e senza saperlo – a fare Lettere, a scommettere sulle parole che hanno un senso e fanno rima. Ora, con tutti i rapper sfottenti che ci circondano, le rime sono diventate un gioco talmente sfacciato da essere nauseante. Invece, trovare una rima è una scommessa di vita, parla di uno sguardo che non si accontenta di stipare cose a caso nei ripostigli dell’esperienza, ma spera che – avvicinando un’immagine all’altra, un suono all’altro – i tasselli delle giornate possano cantare assieme.

Come diceva il buon Chesterton, la risposta più avventurosa e bella al dilemma di Amleto «essere o non essere?» è l’esclamazione «esserci!»; tutto quello che si spalanca a chi accetta quest’indicazione di viaggio è un moltiplicarsi di scorci, che si allargano e si approfondiscono.

La musica di Fabi «è uno sguardo e un pensiero che non si riposa», come dice lui; però, la sua inquietudine non è la frenesia di chi ha sempre bisogno di distrarsi, piuttosto è la voglia di stare a orecchie tese e occhi sgranati davanti a tutto ciò che c’è, fino a poter dire «qui ciò che ho basta già o basterà».
Agli altoparlanti della mondanità che esaltano il correre e fuggire (o sfuggire), Niccolò Fabi ha replicato con canzoni in cui l’aggrapparsi e il protendersi convivono per necessità e bellezza, perché ci è indispensabile l’appartenere a qualcosa o qualcuno tanto quanto l’attendere qualcosa o qualcuno che ancora non c’è, o non ci sarà mai:

«Evviva il cielo che ci fa volare, evviva la terra che ci fa sporcare» ( da Oriente)

Ecco una rima che rende giustizia alla profondità dell’esperienza: il pensiero logico non terrebbe mai assieme «volare» e «sporcare», la poesia può farlo a ragione veduta; perché non è così assurdo immaginare un bambino sporco di terra che vola proprio perché si diverte tantissimo in mezzo al fango.

CHILD, BLUE EYES, MUD
Shutterstock

Il viaggio della musica di Fabi parte da un primo album intitolato «Il giardiniere» e arriva all’ultimo intitolato «Una somma di piccole cose»; s’intuisce che il paio d’occhi che cammina, crescendo, è il medesimo: un uomo all’opera nella realtà che fiorisce attorno, curioso di osservarla, premuroso di curarsene, consapevole delle spine, ma pronto a cogliere.

Ad accogliere, anche. È una delle cose di cui gli sono più grata: fa parte della vita da raccontare, da custodire, anche quella indicibile a parole. Nel 2010 rimasi profondamente colpita nell’apprendere della morte della sua piccolissima figlia Olivia, di quasi due anni (affettuosamente chiamata Lulù-bella). Da madre gli chiesi (solo con il pensiero): «Come si guarda, Niccolò, questo dolore?» che era tutt’uno col chiedere: «Chi sono io? Che ne è di ciascuno di noi?».

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