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“Grazie, padre, di aver salvato me e mia madre dal suicidio”

INDONESIA, MAMMA, FIGLIA

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Missione Francescana - pubblicato il 25/07/18

Dall'Indonesia: la mano buona di Dio arriva tempestiva a strappare dalla morte l'agonia di una famiglia

di padre Umberto Davoli (missionario in Indonesia)

La ragazzina arrivò scarmigliata, con gli occhi allucinati e il volto rigato di lacrime: “Corri, Padre, mia sorella si è suicidata. E’ appesa a una corda nel bagno: mamma sta impazzendo!…”
Volai con la moto, zigzagando tra i risciò, nel traffico intenso e disordinato della periferia di Medan. Giunto alla casa, la trovai in subbuglio: le otto sorelle correvano urlando da una camera all’altra, in preda al panico e alla disperazione e la mamma giaceva sul pavimento, come in trance. Mi precipitai nel bagno, dove due giovani stavano arrabattandosi a togliere il cadavere dal macabro capestro. Non c’era proprio più nulla da fare.

MEDAN, INDONESIA
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Medan, Indonesia

Adagiato il corpo esangue sul letto, mi diedi da fare per calmare un poco le ragazze. Poi mi inginocchiai presso la madre, parlandole con tutta la dolcezza e la compassione che mi imponeva la situazione. Riuscii a farla sedere sul divano.


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Capii subito che – oltre al dolore per la morte della figlia – v’erano altri fattori che rendevano la cosa ancora più tragica. Se in ogni parte del mondo, infatti, il suicidio viene spesso marcato da un’aura di maledizione e di dannazione per la povera vittima, capita che in Asia venga anche gravato da pesanti e crudeli fardelli per la famiglia del suicida. Un suicidio in casa significa un po’ un marchio d’infamia per la famiglia intera, un perdere la faccia di fronte alla collettività … un’autentica disfatta, insomma!

“Ovviamente – sussurrò a un tratto la donna con disperazione – non ci potranno essere le esequie… la S. Messa…”. “E perché no?” – dissi in fretta con decisione”. “Dici davvero? La Chiesa Riformata Olandese di qui lo proibisce severamente per i suicidi”.
“Forse temono di incoraggiare indirettamente a passi inconsulti chi si trovi in situazioni disperate, una specie di deterrente; ma io non sono d’accordo. Quando la vorresti?” “Stasera stessa, se credi. Forse, se celebrassi qui nell’aia di casa, verrebbero anche i nostri parenti Riformati. La seppelliremmo domattina all’alba, privatamente”.

Passai casa per casa da tutti i miei Cristiani, raccomandando di venire in massa: dovevamo mostrare tutta la nostra solidarietà e il nostro affetto alla famiglia distrutta dalla vergogna e dal dolore. Poi preparai l’altare più solenne possibile davanti al pergolato di orchidee.
Vennero tutti, Cattolici e Riformati: l’ampio cortile era gremito all’inverosimile, eppure regnava un silenzio irreale. Molti volti erano tesi e chiusi. Mi parve di cogliere espressioni di disapprovazione nelle occhiate che molti mi lanciarono quando iniziai la S. Messa. Capii che avrei dovuto giustificare la mia decisione e man mano che il momento dell’omelia si avvicinava, sentivo una viva, appassionata emozione crescermi dentro. “Signore della vita – mi sentii supplicare silenziosamente – aiutami a fargli capire che non c’è condanna alcuna nel tuo cuore per questa bimba che il dolore ha portato alla follia, ma solo compassione infinita ed infinita tenerezza. Già troppo ha sofferto sulla terra e ha già pagato troppo: ben merita il tuo Regno di gioia!”.

Mai prima avevo trovato la lingua Indonesiana così facile ed espressiva! Mi fluiva dalle labbra come se mai avessi parlato altra lingua fin dalla prima infanzia. Ne sentii una profonda gratitudine al Signore che mi ispirava. Parlai a lungo e con immensa passione, né mi meravigliai quando mi accorsi che la commozione mia aveva contagiato l’assemblea: vidi anche i volti più arcigni sciogliersi, intenerirsi e rigarsi infine di lacrime. La messa continuò in un’atmosfera di estrema partecipazione da parte di tutti. Poi ci furono le condoglianze, inaspettatamente sentite e commosse e l’assemblea si sciolse. Anch’io, dopo aver parlato ancora a lungo con la madre e le sorelle della scomparsa, mi accinsi a tornare a casa.


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Era passata la mezzanotte. Ero già sulla moto e stavo per avviarla, quando un pensiero subitaneo mi folgorò: ‘Non puoi lasciarle sole!’ Ne fui sorpreso, perché non avevo minimamente considerato l’idea di potermi fermare: era come se qualcun altro me la stesse suggerendo. Restai in forse: non era certamente nelle tradizioni che il sacerdote si attardasse per tutta la notte con un gruppo di donne sole, anche se in un momento così tragico. Ancora mi sentii apostrofare dentro ‘Ma ché, pensi alle convenienze più che alla disperazione di queste tue figlie?’ .

BAMBINA, INDONESIA
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Insomma, rientrai in casa, dove pareva che nessuno avesse intenzione di andare a dormire: “Faccio la veglia con voi”. Parlammo, pregammo, piangemmo perfino un po’ insieme, fin che non fiorì l’alba, sgretolando l’oppressione della tenebra. Aiutai a organizzare le ultime esequie e a sepoltura compiuta, mi congedai e andai finalmente a riposarmi un poco. Da quel giorno notai che la più piccola delle sorelle – quella che era corsa a notificarmi il fattaccio – mi cercava continuamente e amava stare con me il più a lungo possibile; spesso coglievo nei suoi occhi una nuova tenerezza, mista a gratitudine, come una gazzellina ferita che fosse stata liberata da un laccio mortale. E fu così per tutto l’anno che rimasi ancora alla missione.

Poi venne il giorno del mio ritorno in Italia: lasciavo l’Indonesia definitivamente, per ritornare poi nella mia prima missione, in Africa. Arrivato all’aeroporto di Medan, trovai alcune famiglie, insieme con i capi della cristianità, in attesa per darmi l’estremo saluto. Si era tutti un po’ tristi e commossi, e ci attardammo a chiacchierare nella sala d’aspetto. Fu solo pochi minuti prima dell’ultima chiamata per l’imbarco che notai la mia piccola amica nel grande atrio dell’aeroporto, tutta sola in disparte, timida e triste. La raggiunsi subito: aveva gli occhi gonfi di pianto e non rispose alle mie domande. Tolse una busta chiusa dalla tasca del giubbino e sussurrò tutto d’un fiato: “Non aprirla qui; devi leggerla quando sarai solo sull’aereo. Grazie, e . . . ti voglio bene!”, e si dileguò rapida, trattenendo a stento le lacrime. Sentii anch’io un nodo alla gola, ma seppi dominarmi.

MEDAN, INDONESIA
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Medan, Indonesia

Una volta sistemato sull’aereo, aprii la busta. “Papà, permettimi di chiamarti così, perché tu mi sei stato padre due volte: la prima, quando mi hai battezzato, facendomi figlia di Dio; la seconda, l’anno scorso, quando mi salvasti la vita. Certamente ricordi quando, dopo la S. Messa che celebrasti per mia sorella, eri rimasto per qualche tempo a parlare con noi sorelle e con mamma. Io pregavo Dio nel mio cuore perché tu non te ne andassi mai: ero sconvolta e terrorizzata, ma non potevo dire nulla. Pregavo solo in segreto e quando ti accomiatasti e ti vidi salire sulla moto mi sentii morire!




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Il fatto è che avevo scoperto che mamma aveva deciso di suicidarsi e mi aveva fatto giurare che non avrei detto nulla a nessuno. Con estrema incoscienza, le avevo detto che mi sarei suicidata anch’io con lei: dovevamo farlo prima dell’alba, quando le altre si sarebbero assopite. Mamma aveva già preparato le corde: perdonaci, padre, perché – come disse Gesù sulla croce – non capivamo quello che facevamo.
Io mi sentivo impazzire di paura, ma non mi sarei più potuta tirare indietro e poi, non volevo vivere senza mamma! Quando riapristi la porta per rientrare, io non vidi te, ma Gesù, nel vano della porta: “Sono venuto a passare la nottata con voi”. . . e mi si sciolse il cuore! ‘Gesù è venuto a salvarmi – mi dissi – e a salvare mamma’. E infatti – forse ricorderai – a un tratto mamma mi chiamò in cucina col pretesto del tè. Mi abbracciò forte forte, e mi sussurrò all’orecchio: “Non possiamo farlo, piccola mia: Dio non vuole”.

L’aereo scivolava leggero su un tappeto di batuffoli bianchi. Guardai giù: a tratti, tra una nuvola a l’altra, scintillava lo smeraldo degli atolli. Strizzai l’occhio al mio Dio, come faccio talvolta, quando mi sento particolarmente esilarato: “E che Dio della vita saresti, se no? E il bello è che basta che uno ti porga l’orecchio per un attimo, e perfino lui diventa strumento e sorgente di vita. Grazie, capo, sei grande!” . . . e mi cantava il cuore, più forte del rombo dei motori.

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