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Memoria, speranza, perdono: la risposta dei cristiani mediorientali alla persecuzione

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Fondazione Oasis - pubblicato il 23/07/18

I perseguitati sono perlopiù colpiti nella loro possibilità di sostentamento quotidiano e subiscono perdite materiali, esilio e umiliazioni. Non di rado pagano con il sacrificio ultimo. Alleviare i bisogni materiali immediati dei nostri fratelli e sorelle è dunque una questione di giustizia e carità. Tuttavia, non possiamo soccombere alla tentazione di fare di questi aiuti la risposta principale, la condizione sine qua non per la sopravvivenza della Chiesa perseguitata. I perseguitati hanno infatti bisogni spirituali a cui bisogna rispondere con lo stesso zelo e fervore. Prendersi cura spiritualmente dei perseguitati non è un dovere, ma un privilegio. Deve ancora maturare un’adeguata cura pastorale, sviluppata in modo particolare per le persone perseguitate, sia durante la persecuzione che nel periodo successivo ad essa.

Nel periodo della ricostruzione, la cura pastorale dei perseguitati dovrebbe fondarsi sul mantener viva la memoria cristiana. Le comunità perseguitate hanno una grande resilienza e una grande senso di fiducia nella divina provvidenza. Non si tuffano nei ricordi per crogiolarsi nel passato, ma per rivivere la loro esperienza personale della bontà di Dio in un periodo di prove e tenebre. Grazie al ricordo della fedeltà di Dio nel passato, riescono a «trovare forze e poter camminare in avanti», come ha detto recentemente Papa Francesco. Le nostre famiglie perseguitate non si sono mai abbandonate al passato per lamentarsi delle difficoltà vissute, ma per ricordarsi, come afferma ancora il Papa, che «la memoria cristiana è sempre un incontro con Gesù Cristo» e che solo ricordando la fedeltà di Dio c’è speranza per il futuro.

La speranza non è un tratto innato di una mente ottimista, bensì un atteggiamento di attenzione e “anticipazione” spirituale. Significa poggiare entrambi i piedi sul solido fondamento della fede, tenendo alte le nostre teste nella certezza che la nostra attesa troverà una risposta, non in circostanze migliori, ma, in definitiva, in una Persona. Il ricordo di Gesù crocifisso è l’eredità che ha aiutato la Chiesa perseguitata a vedere la mano di Dio dietro gli eventi. Mia nonna ci diceva che se una porta ci si chiude in faccia, Dio, nella sua misericordia, è capace di aprirne altre nove. È un’immagine commovente che rispecchia un’altra immagine biblica – dal Libro di Osea – che ci ricorda il potere di Dio e la Sua volontà di «trasformare la Valle dei Guai in porta di speranza». (Os 2,17)

Grazie alla cultura della memoria e della continuità, queste parole di San Paolo ai Romani non sono mai state lettera morta per me: «Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio». (Rm 8,18-21)

L’anno scorso, durante una conferenza alla quale stavo partecipando, un altro conferenziere ha avuto una reazione interessante all’esperienza della mia famiglia, sulla quale vale la pena soffermarsi un attimo. Spiegando come i miei parenti siano stati sfollati quattro volte in meno di 100 anni e abbiano perso le loro proprietà e i loro averi almeno due volte in un periodo di 25 anni, ho sottolineato la centralità e la continuità del perdono nella risposta della mia famiglia alla persecuzione. Il relatore ha replicato, in maniera ragionevole e ben intenzionata, «che ciò è molto nobile, ma i responsabili devono essere consegnati alla giustizia».

In qualsiasi società ben ordinata, basata sullo Stato di diritto, la risposta appropriata e giusta è che i reati siano perseguiti e puniti. Tuttavia, di fronte a ondate di persecuzione sistematicamente ricorrenti, i nostri genitori e nonni hanno scelto la via del perdono. Come cristiani siamo chiamati a liberare gli altri e a cercare la giustizia riparatrice, non punitiva.

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Tags:
cristiani perseguitati in iraqdialogo islamo cristianomedio orientepersecuzione cristiani
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