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Memoria, speranza, perdono: la risposta dei cristiani mediorientali alla persecuzione

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Di generazione in generazione, le famiglie irachene insegnano ai loro figli a rispondere alla violenza con il perdono. Una testimonianza.

«Ma bada a te e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto, non ti sfuggano dal cuore per tutto il tempo della tua vita: le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli» (Dt 4,9).

Sono le parole che Mosè rivolse agli Israeliti nel deserto, dopo aver sconfitto Sicon, Re degli Amorrei, e Og, re di Basan. Esse riassumono accuratamente l’eredità della mia famiglia e quella di tante altre famiglie cristiane che, recentemente, sono tornate nelle loro città e nei loro villaggi liberati dall’ISIS nel nord dell’Iraq e nella piana di Ninive. Ma che cosa chiede Dio agli israeliti e a quale eredità ci riferiamo?

«Radunami il popolo e io farò loro udire le mie parole, perché imparino a temermi per tutti i giorni della loro vita sulla terra, e le insegnino ai loro figli». (Dt 4,10)

A prima vista la risposta potrebbe sorprendere, visto che parlare del timore di Dio in tempi di persecuzione sembrerebbe poco accettabile. Di fronte alla sofferenza, non è proprio il “timore” che siamo incoraggiati a evitare? In questo paradosso, il principio dell’“ermeneutica della continuità” di Papa Benedetto XVI potrebbe, per analogia, aiutarci a scorgere qualcosa di significativo e in armonia con il comportamento e la risposta dei cristiani del Medio Oriente alla persecuzione.

Solo mettendo l’accento sulla risposta cristiana alla sofferenza e alla persecuzione diventa chiaro che il timore di Dio è sempre stato l’antidoto all’odio e alla disperazione. La cosa più sorprendente del vivere nel timore di Dio in tempi di persecuzione è che esso ci sprona a ricordare la Sua bontà passata e ad avere fiducia nella Sua provvidenza. Il timore di Dio altro non è che una richiesta di saggezza e di comprensione e la preghiera di non perdere il senso del nostro essere peccatori, vulnerabili.

Ecco perché quando l’ondata di persecuzioni diminuisce, i sopravvissuti affrontano tre domande esistenziali: come dare un senso al tragico passato, come affrontare un presente sconsolante, segnato da ciò che si è perso e dall’incertezza, e infine quale futuro garantire ai nostri figli e ai figli dei nostri figli. Tali domande ci permettono di concentrarci su tre parole chiave che, nel tempo, racchiudono l’essenza della risposta cristiana alla persecuzione: la memoria, la speranza e il perdono.

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